domenica 21 marzo 2021

L'Utopia di Tommaso Moro secondo Berlusconi

 Il plagio che non ti aspetti: una storia recuperata spulciando i giornali

Ormai è diventato per me proprio un vizio quello di spulciare giornali di molti anni fa per scoprire qualche appetitosa chicca da offrire a chi quegli anni non ha vissuto o di cui ha perso memoria.

Questa volta tocca ad un articolo, risalente a una quindicina di anni, fa di Marco Travaglio, oggi direttore del “Fatto Quotidiano” e invece in forza a “Repubblica” al tempo al quale ci riferiamo, esattamente il 23 marzo 2006.

Ciò che mi spinge a questo “rinfresco” di memoria è il desiderio di sottolineare che, oltre alla responsabilità del degrado morale che ha provocato al Paese, grazie agli spettacoli avvilenti offerti dalle sue televisioni e a quelli delle sue avventure personali muliebri e giudiziarie, il già cavaliere Silvio Berlusconi ha coltivato anche il “vizietto” di atteggiarsi, senza alcun merito concreto, ad intellettuale.

Qualche italiano può forse ricordare come egli si vantasse di passare (a pagamento!) la versione di latino ai compagni di classe, ma forse pochi hanno memoria dell’istruttivo aneddoto ricordato, appunto, da Travaglio nell’articolo sopra citato.

Siamo in un’estate di metà degli anni Ottanta e il prof. Luigi Firpo, noto storico del pensiero politico, in particolare di Machiavelli, Erasmo e Moro, nonché già deputato repubblicano alla Camera, si sta godendo con la moglie la villeggiatura nella sua villa sulle colline del Torinese, guardando la Tv.

Ma ecco che su Canale Cinque gli compare Silvio Berlusconi, intervistato da una graziosa signorina, sua dipendente, che non mancò di esaltarne la straordinaria preparazione culturale proclamandolo grande studioso dei classici. E mentre il Cavaliere per antonomasia si schermiva, ostentando modestia, lei continuò, affermando che il suddetto “dottore” aveva appena pubblicato un´edizione pregiata dell´Utopia di Tommaso Moro, con una bellissima prefazione e una perfetta traduzione dal latino! Da qui l’affermazione dell’intervistato: “Beh, in effetti il latino non lo conosciamo tutti, bisogna tradurlo!”.

Fu allora che il professor Firpo, che aveva da poco tradotto e commentato proprio un´edizione dell´Utopia di Moro per l´editore Guida di Napoli, sentendo poi anche leggere dall’intervistatrice, ad esaltazione del genio berlusconiano, la prefazione del Cavaliere, proruppe indignato: “Ma quella prefazione è la mia! È tutta copiata! Ma chi è questo signore? Ma come si permette?”.

Così ho riassunto l’articolo di Travaglio, che poi così continua nel suo articolo, risalente come detto, al 2006:

L´episodio è tornato in mente a Laura Salvetti, la vedova di Firpo [scomparso nel 1989, n.d.r.], qualche giorno fa, quando Silvio Berlusconi in una delle sue tele-esternazioni elettorali si è così descritto in terza persona: «Il presidente del Consiglio si è nutrito di ottime letture e ha un curriculum di studi rilevantissimo...». È corsa in archivio, ha estratto una cartella intitolata "Berlusconi", ne ha cavato uno strano bigliettino autografo del Cavaliere e ha deciso di raccontarne il retroscena”.


In sostanza, ancora riassumendo quanto raccolto allora da Travaglio nell’intervista alla Salvetti, scoperto che Berlusconi aveva copiato la sua versione dell’Utopia di Thomas More, Firpo aveva cercato, prima di tutto, di avere il libro firmato dall’illustre quanto svergognato pseudo-autore, riuscendo con difficoltà (gli spiegarono che era un’edizione privata) a procurarsene in visione una copia, da cui risultò subito irrefutabilmente che interi brani della prefazione e tutta la traduzione dal latino era stata dall’uomo di Arcore copiata! Furibondo, gli scrisse minacciando la denunzia. Ma, qui, lasciamo di nuovo la parola a Travaglio:

A questo punto inizia un irresistibile balletto telefonico, con il Cavaliere che cerca scuse puerili per placare l´ira dell´austero cattedratico, e questi che, sbollita la furia, si diverte a giocare al gatto col topo. Firpo minaccia di mettere in piazza tutto e trascinarlo in tribunale. «Berlusconi - ricorda la moglie - incolpò subito una collaboratrice, che a suo dire avrebbe copiato prefazione e traduzione a sua insaputa. E implorò Firpo di soprassedere, pur precisando di non poter ritirare le mille copie già stampate e regalate ad amici e collaboratori. Firpo, capito il personaggio, cominciò a divertirsi alle sue spalle. Lo teneva sulla corda con la causa giudiziaria. E Berlusconi continuava a telefonare un giorno sì e un giorno no, con una fifa nera. Pregava di risparmiarlo, piagnucolava che uno scandalo l´avrebbe rovinato”.

In una seconda fase, nel tentativo di rabbonire il professore, arrivarono regali costosi, che Firpo rispediva sdegnosamente al mittente. Ma anche le telefonate continuavano, come risulta dall’intervista:

«Passava - ricorda la moglie Laura - intere mezz´ore al telefono col Cavaliere. E alla fine correva a raccontarmele, fra l´indignato e il divertito: sapessi quante barzellette conosce quel Berlusconi. È un mercante di tappeti, una faccia di bronzo da non credere, sembra di essere in una televendita».

Il tira e molla si trascinò per mesi e ci fu pure uno scambio di lettere, che all’epoca dell’intervista erano ancora riservate, ma si sarebbero potute rendere pubbliche solo nel 2009, vent´anni dopo la morte dello studioso (e chissà se lo sono state!).

Così termina l’illuminante intervista alla consorte dello studioso:

Nel frattempo Berlusconi aveva pubblicato un´edizione riveduta e corretta dell´Utopia, senza più la prefazione copiata e con la traduzione di Firpo regolarmente citata. Ma Firpo seguitava a fare l´offeso, ripeteva che la cosa era grave e la stava ancora valutando con gli avvocati. Un giorno lo invitarono a Canale 5 per parlare del Papa e si ritrovò Berlusconi dietro le quinte che gli porgeva una busta con del denaro, ‘per il suo disturbo e l´onore che ci fa’. Naturalmente la rifiutò. Poi a Natale arrivò un corriere da Segrate con un bouquet di orchidee che non entrava neppure dalla porta e un pacco: dentro c´era una valigetta ventiquattr´ore in coccodrillo con le cifre LF in oro. Il biglietto d´accompagnamento è intestato Silvio Berlusconi, datato ‘Natale 1986’ (ma l´ultima cifra è uno scarabocchio) e scritto a penna: ‘Molti cordiali auguri ed a presto... Spero! Silvio Berlusconi’.

Poi una frase aggiunta a biro: ‘Per carità non mi rovini!!!’. Ma Firpo continuò il suo gioco: rispedì la borsa a Berlusconi, con un biglietto beffardo: ‘Gentile dottore, la ringrazio della sua generosità, ma gli oggetti di lusso non mi si confanno: sono un vecchio professore abituato a girare con una borsa sdrucita a cui sono molto affezionato. Quanto ai fiori, la prego anche a nome di mia moglie Laura di non inviarcene più: per noi, i fiori tagliati sono organi sessuali recisi...’. Non lo sentimmo mai più”.

Che sia stato per quest’ultima allusione?

Felice Irrera



sabato 6 marzo 2021

MANGIARE COI LIBRI

 Quando per mezzo litro d’olio si vendevano volumi rari...

Mi è rimasta impressa nella mente in modo indelebile una frase pronunziata alcuni anni fa dall’allora ministro del Tesoro Giulio Tremonti: “Con la cultura non si mangia!”.

L’illustre quanto supponente politico di destra dimenticava allora che il suo stesso mentore, Silvio Berlusconi, “mangiava” anche con quell’ampia fetta dell’editoria italiana da lui controllata che certo con la cultura, anche a dispetto del padrone, qualcosa aveva che fare!

Ma a proposito dell’importanza dei libri, si può dire anche qualcosa di molto concreto.

Sfogliando vecchi giornali che qualcuno crede possano servire, una volta letti, soltanto a pulire i vetri o ad avvolgervi il pesce, si scoprono notizie che ancora oggi possono far meditare.

Ed ecco che in un ritaglio del “Giornale d’Italia” del 30 aprile 1957, nel quale, purtroppo, non risulta la firma, scopriamo un articolo che testimonia come, paradossalmente, proprio i libri possano sostenere non solo, come molti sostengono, la nobile mente, ma anche il prosaico corpo.

Il pezzo in questione si riferisce al periodo, allora ancora abbastanza vicino, dell’occupazione tedesca, quando, a dire del giornalista, si vendettero tantissimi libri usati non solo dai librai, ma anche dai privati.

Prima, com’è noto, chi vendeva libri usati era lo studente dopo gli esami felicemente superati, oppure chi, avendo ereditato da uno zio canonico o notaio centinaia di volumi, non sapeva che farsene.

Ma nel periodo sopra detto si verificò un fatto straordinario, perché si potevano spesso vedere giornalmente signori seri, noti scrittori, pro­fessionisti, critici d'arte e persino com­mendatori, prima abituati a spendere con gioia in libri una parte dei loro guadagni, entrare nelle li­brerie con un pacco di libri sotto il braccio ed uscirne poi con un’aria falsamen­te disinvolta senza quel pacco.

Che era successo?

Quando i Tedeschi occuparono Roma, molti intellettuali si ritrovarono in strettezze economiche e per fronteggiarle, in attesa della liberazione della città, dopo aver venduto oggetti quali mobili, tappeti e argenteria, si accorsero che era venuta l’ora dei libri. Certo, si cominciò con quelli che si amavano meno e che non si sarebbero più riletti; ma poi si passò alle edizio­ni di lusso, a quelle numera­te, ai libri preziosi di arte, di let­teratura, di teatro, di storia, ad altri libri stampati nel Seicen­to e nel Settecento, alle rarità bi­bliografiche di Lipsia, di No­rimberga, di Amsterdam, di Venezia, a qualche ghiotta rac­colta illustrata da artisti famo­si.

Il distacco avvenne con una stretta al cuore, sopportata solo grazie alla conversione in contanti che i librai, in generale, davano volentieri, dopo qualche contrattazione, perché rivendevano me­glio. Ma il denaro serviva a sbarcare il lunario e non ba­stava mai, sebbene la borsa nera non avesse raggiunto un grado di sapiente perfezione e i prezzi non fossero saliti alle vertiginose altezze successive.

Il bisogno trapelava dagli an­nunci economici dei giornali, nei quali, alla lettera L, si leg­geva ogni tanto: “Libri. Cambierei volumi di arte, di sto­ria, dì letteratura con generi alimentari”; oppure “Privato offre a privato libri in cambio di vettovaglie”.

Insomma, chi si decide­va a un passo così grave non nascondeva con graziose perifrasi e con bugiardi eufe­mismi le condizioni in cui ver­sava, ma le confessava candida­mente e se la sua coscienza di bibliofilo gli avesse rimpro­verato come una colpa l'an­nuncio economico, egli avreb­be magari risposto col noto aforisma:

Primum vivere, deinde philosophari”!

Il giornalista autore di quest’articolo che ho cercato di riassumere scrive di ricordarsi di una visita ri­cevuta in quel tempo da una sua cara amica:

Si era appe­na seduta e non mi aveva ancora domandato come sta­vo, quando cominciò a fissare una libreria che le stava di fronte, dove erano allineati certi libri dalla copertina ver­de; come per indovinare da lontano i titoli di ciascuno. Supposi che ne volesse uno in prestito; e fui sorpreso al­lorché mi chiese se avevo le “Grotte Vaticane” di Gide. Come mai - dissi fra me - proprio Gide? Questa si­gnora non è di quelle che seguono le mode intellettuali e leggono libri pericolosi. Miste­ro. Le risposi che non avevo nulla di Gide ed ella, con un sorriso contrariato, che mi di­mostrò ancora una volta la sua buona amicizia: “Peccato. C'è un signore che ha tutta la collezione, ma gli manca Gide. Avrebbe dato, per aver­lo, mezzo litro d'olio”. L'olio costava, anche allora, ottocen­to lire al litro. Per me sareb­be stato un affare”.

Qualcuno potrebbe inorridire, apprendendo che un libro di Gide fu paragonato a mezzo litro d'olio; e forse qualche altro non prenderà la cosa sul tra­gico, e passando in rassegna un certo gruppo di scrittori, si domanderà con maligna cu­riosità, a chi meglio conven­gano i legumi, il lardo, le mar­mellate, e se per caso non vi sia anche qualche scrittore, autore di molti volumi, che possa aspirare ad una salu­meria!

Dei libri, almeno di certi libri, si è sempre detto che sono il nutrimento dello spirito; ed è senz’altro vero. Ma la guerra dimostrò paradossalmente, come si vede, che i libri possono sostenere anche il corpo, perché gli scrittori venduti in quelle tristi occasioni alleviarono molte pene, porta­rono il pane su qualche men­sa, ricambiarono la simpatia di coloro che avevano comprato e letto le loro pubblicazioni!

Chissà se verrà mai un giorno in cui qualcuno, ricordando le miserie atroci della guerra o di qualche altro cataclisma, dirà ai suoi figli: “Se non avessimo avuto allora l’Opera omnia di D'Annunzio, saremmo morti di fame”; oppure: “Fummo salvati dall'Enciclopedia Treccani”!

Conclude testualmente il nostro giornalista:

Certo è che quella fu l’età dell'oro dei libri usati. Li compravano pri­ma di tutto altri studiosi o semplici collezionisti che ave­vano denaro da spendere, poi certi nuovi ricchi che preve­devano la svalutazione della lira, infine i tedeschi. Vi erano molti professori che si ripromettevano, appena tornati a casa, di con­tinuare a servire nella pace la cultura, non come l'avevano servita nella guerra, brucian­do biblioteche ed università. Quando gli Alleati giunsero a Roma, il commercio dei libri già declinava, ma chi posse­deva il fiuto del bibliofilo poté ancora acquistare libri di va­lore che forse altrove non avrebbe trovato. Ora, tranne i librai, nessu­no vende più nessun libro”.

Ma, da parte nostra, concludiamo smentendo quest’ultima affermazione, perché basta frequentare i mercatini per vederne tanti di libri! Essi sono il risultato di svuotamenti da parte degli eredi di case private alla morte dei proprietari che i libri amavano; o semplici eliminazioni, per pura e semplice mancanza di spazio.

Chi è un assiduo frequentatore di questi luoghi, però, sa bene che può comunque trovarvi qualche perla smarrita, a causa della fretta, da un ignorante.


Felice Irrera




sabato 27 febbraio 2021

CENTONOVE, UNA FAVOLA SPEZZATA

 Il recente libro di Enzo Basso racconta il sogno infranto di una testata libera


C’era una volta... La solita favola, diranno i lettori di quest’articolo! No, lettori, avete sbagliato: c’era una volta “Centonove”!

Non vorrai farci la storia di un numero, speriamo!”.

No davvero, amici miei, “Centonove” era un giornale. Ed era un giornale di Messina, il primo in Italia creato nel 1993, con un investimento limitato, da tre giornalisti ex collaboratori del Giornale di Sicilia, Enzo Basso, Graziella Lombardo e Fabio De Pasquale: l’anno dopo, scommessa vinta, avrebbe ottenuto i finanziamenti della legge 44 per l'imprenditoria giovanile.

Ecco come nacque un settimanale senza padroni, senza quegli intrecci azionari che producevano un’informazione paludata e piatta qual è ancora quella siciliana e che, forse per questo, si sarebbe persino fregiato nel 1998 del prestigioso premio giornalistico Saint-Vincent, ai tempi del cosiddetto “verminaio” di Messina, termine inaugurato dall’allora vicepresidente della Commissione Parlamentare antimafia Nichi Vendola, che avrebbe scoperto i tanti lati oscuri della nostra città.

Un giornale, dunque, del tutto nuovo (trentadue pagine formato Repubblica per approfondimenti di politica, economia, spettacolo, cultura, cronaca sui 108 comuni di Messina) nel panorama di una città addormentata, agli ultimi posti in Italia per qualità della vita, piena di pensionati e dipendenti pubblici adatti solo a consumare ciò che le industrie, che qui mancano, producono nel ricco nord.

Nato come settimanale provinciale, “Centonove” si propose ai lettori come testata d'inchiesta: retroscena politici, appalti e tangenti, interessi speculativi; un'anomalia in positivo per l'informazione messinese, capace di tirar fuori verità fino a quel momento rimaste sotto silenzio.

Negli anni, il giornale, pur tra mille problemi (creati da chi?) si espanse, conquistando la fiducia e la curiosità di alcune migliaia di lettori di Messina, provincia e oltre, ma...


  Le favole, cari lettori, hanno sempre un lieto fine, ma questo è ancora tutto da scrivere, dopo le vicende giudiziarie che hanno inopinatamente (ma poi neanche tanto, se guardiamo alla realtà di questa nostra città) colpito il fondatore-editore Enzo Basso, arrestato all’alba del 30 ottobre del 2017 e costretto a ben sei mesi di domiciliari con il divieto di affacciarsi al balcone di casa, con il sequestro del giornale e la successiva messa in vendita della testata (che nessuno ha comprato perché l’incapacità di qualcuno l’ha lasciata decadere).

Intanto chi vuol conoscere la sequenza degli avvenimenti, con le macroscopiche violazioni di legge menzionate dall’autore, che hanno portato alla morte di “Centonove” dopo venticinque anni di pubblicazioni, può leggere l’istant book dal titolo Bancarotta che lo stesso Basso ha recentemente pubblicato, reperibile nelle edicole: l’autore lo ha dedicato ai lettori di “Centonove” ed è un vero e proprio documento per i magistrati che dell’affaire dovranno occuparsi.

A proposito, quando?

Già diverse volte la Corte che doveva occuparsene è cambiata e il fondatore del giornale è ancora in attesa di giudizio. Ad ottobre saranno passati quattro anni dal suo arresto e dalla distruzione fisica di “Centonove” e tutto quello che gli è stato sequestrato non gli è stato ancora restituito e forse giace in qualche scantinato del Tribunale.

In attesa della riforma tanto attesa, qualcuno pensa forse per ora ad una bancarotta della giustizia?


Felice Irrera





sabato 13 febbraio 2021

I SEGRETI DI CASIMIRO PICCOLO

 

    Casimiro Piccolo, fratello del più noto Lucio, la cui poesia fu “scoperta” da Eugenio Montale, è conosciuto forse ancora in ambienti abbastanza ristretti, benché negli ultimi anni se ne sia parlato per alcune mostre e interventi di critici come quello di Vittorio Sgarbi. I suoi acquerelli, composti tra il 1943 e il 1970, popolati da figure bizzarre quali elfi, ninfe, folletti ed altre creature di un mondo fatato che sembra uscito dalle favole dei Grimm, tardarono a giungere al grande pubblico per volontà dello stesso artista, che li custodì in quella villa, oggi sede della Fondazione che reca il suo cognome, a Capo d’Orlando, e in cui visse gran parte della sua vita, assieme al fratello Lucio e alla sorella Agata Giovanna, grande esperta di botanica.

    Adesso un gustoso ritratto di questo eccentrico esponente di un mondo scomparso, studioso appassionato di esoterismo, ci viene riproposto, sotto forma di breve racconto, accompagnato da una testimonianza inedita e da alcune fotografie, da Giuseppe Ruggeri, nelle trentadue pagine che compongono “I segreti di Casimiro Piccolo” (Giambra 2019), con il significativo sottotitolo di “Viaggio nell’universo incantato dell’ultimo barone di Calanovella”.

    Il lettore di questo testo potrebbe obiettare che si tratta certo di un percorso troppo rapido per poterne far nascere un’immagine a tuttotondo di Casimiro Piccolo.

    E certamente così è, perché di fronte alla descrizione della natura notturna nella quale s’inquadra il leitmotiv dell’incontro fantastico tra l’autore-personaggio e il barone; davanti a quella sonora armonia creatasi nell’autore-personaggio tra l’ambiente e l’ascolto dei suoi fruscii, mentre lo sguardo scivola “verso il mare scintillante sotto i raggi lunari”, si è portati a desiderare che nasca qualcosa di più di quello che è poi un breve colloquio che può dare proprio la sensazione di qualcosa d’incompiuto.

    Ma, d’altra parte, crediamo che l’intento dell’autore non sia stato affatto quello di fornire un ritratto preciso di Casimiro Piccolo, al quale per questo sarebbe necessario dedicare (e lo si è fatto) corposi articoli e interi saggi, ma soltanto un profilo evocativo.

    Ruggeri, in sostanza, ha voluto dare, appunto con una vera e propria evocazione fantastica, un’idea di quest’uomo fuori dal comune e della sua arte popolata di magiche figure, che lo stesso Casimiro indicava quale risultato di veri e propri incontri incantati, immagine di un mondo nello stesso tempo visionario e reale, geniale specchio del suo percorso di vita.

    Leggendo questo libriccino, del resto, è sicuramente possibile all’inconsapevole lettore, associando alla lettura del racconto l’inedita testimonianza ad esso allegata, scoprire il Casimiro Piccolo acquerellista, fotografo ed esoterista; senza che con questo, Ruggeri intenda certo esaurire l’esame dell’esistenza, a dir poco stravagante, di lui, che visse, col fratello e la sorella, nell’esilio dorato scelto per essi dalla loro maman, dopo la fuga a Sanremo del barone-padre per amore di una ballerina: in seguito a quest’evento, per l’intera famiglia, centro di tutto diventerà l’isolamento in quella villa magica delle loro estati.

    Per loro, non c’era bisogno di altri in un luogo già pieno di fantasmi: ai cani e ai gatti per i quali la famiglia allestì un vero e proprio cimitero, si aggiungevano, forse, anche gli antichi abitanti dei precedenti insediamenti sulla collina.

    Perché stupirsi allora delle fantastiche creature del pennello di Casimiro? 

    Egli, che dormiva di giorno e viveva la vita di notte (da qui l’incontro con l’autore del racconto), le incontrava addentrandosi in quello straordinario giardino e, superando la banalità del visibile, ne fece la popolazione di un mondo segreto riservato solo a pochi.

    Se mai, dovremmo meravigliarci che ancora nessuno abbia pensato a scrivere un romanzo su sua sorella Agata Giovanna, che non passò mai lo Stretto di Messina e, semplicemente comprando i semi per corrispondenza, diede vita, intorno alla villa, ad un giardino botanico vero e proprio.

    Intanto, i tre fratelli, che, in un certo senso, non fecero che continuare in quella villa, resa proprio da loro incantata, la propria infanzia con altri mezzi (Agata con le piante, Lucio con le parole, Casimiro con i colori), continuano a sorprenderci e dobbiamo a Giuseppe Ruggeri aver riportato su uno di essi, con la semplicità complicata di un sogno, la nostra attenzione.

Felice Irrera

venerdì 29 gennaio 2021

UN SONETTO NIENTE AFFATTO ANONIMO

Giuseppe Emanuele Ortolani
Mons. Raus e Requisens


Riportato proprio all’inizio del recente volume di Giuseppe Martino “Porto, Privilegi & Pulici” (Terme Vigliatore 2019) incentrato sulla Messina del Settecento, c’è un sonetto ritrovato manoscritto (così scrive l’autore) fra le carte dell’architetto Gian Francesco Arena alla Biblioteca Regionale di Messina e che Martino dice, appunto (non sappiamo se sulla scorta di altre note ritrovate tra quelle carte o di sua completa invenzione), opera di un anonimo settecentesco, dando in tal modo abbrivio al suo libro, che è poi incentrato proprio, come si è detto, sulla Messina del XVIII secolo.. 

In realtà, l’autore di questo sonetto è ben conosciuto, come testimoniato già due secoli fa dalla “Biografia degli uomini illustri della Sicilia” di Giuseppe Emanuele Ortolani (Napoli 1821, vol. IV), dove si legge proprio un’esauriente biografia di mons. Simone Raus e Requisens, nobile palermitano del XVI secolo, definito dall’autore “poeta leggiadro” non solo in volgare, ma in dialetto, divenuto anche vescovo di Patti: sua è, appunto, una raccolta postuma di “Rime” stampata a Venezia nel 1672, da noi rintracciata, di cui trascriviamo qui l’originale esattamente nella grafia usata nell’opera:


Descrizione encomiastica di Messina


Sorge in teatro: e l'è corona un monte,

Cui l'Alba imperla, e 'l primo Sole indora;

Città, che ’l mare, e 'l Ciel mentre innamora;

Il piè le bacia il mare, il Ciel la fronte.


Quinci rompe il Tirren, l'Ionio à fronte,

Sol per lei vagheggiar l'onda sonora.

Quindi par ch’a vederla, Italia ancora

Affretti i colli, e sovra ’l mar sormonte.


Per lei s'arma Orion di stelle d'oro:

E, à custodirla, entro sassoso laccio

Cariddi, e Scilla incatenò Peloro.


Perché ’n trofeo del lor più alto impaccio,

Qui s'avider, che stanche al gran lavoro,

Posò l'Arte la man, Natura il braccio.


Il sonetto, inserito in una sezione del libro che comprende anche rime amorose, eroiche (appunto la descrizione elogiativa di Messina che abbiamo riportato), lugubri, morali, varie, sacre, e pure frammenti e “canzuni” in siciliano, si trova all’interno di un’opera che, come avverte colui che ne curò allora la pubblicazione secentesca, presenta diverse imperfezioni nei testi, dato che il poeta non “poté dar l’ultima mano … per la sua poca salute travagliato sempre da dolori ipocondriaci”, ma anche a causa degli impegni di governo e della morte che lo raggiunse precocemente. 

Il componimento, che è possibile riconoscere come tipicamente barocco per la grafia, il lessico e le ripetute personificazioni delle immagini, colpisce non tanto per un elogio alla città che tanto piace al provincialismo che divora molti nostri concittadini, quanto soprattutto per una particolarità: l’elogio giunge da un cittadino di quella Palermo già da tempo allora in lotta con Messina per la supremazia nell’isola!

Alla Biblioteca Regionale di Messina, se ritiene ne valga la pena, il compito di aggiungere una nota esplicativa (o di correggere, se c’è, quella sbagliata) alle carte che accolgono il sonetto per evitare così l’errore di un altro studioso.


Felice Irrera


venerdì 22 gennaio 2021

UN GRANDE FILOLOGO DIMENTICATO. VALGIMIGLI E MESSINA

Nel febbraio di molti anni fa (era il 2003), ebbi occasione di presentare, nella biblioteca del Liceo “Maurolico” di cui ero allora responsabile, il carteggio ancora inedito tra Salvatore Quasimodo e Manara Valgimigli, curato da Peppino Pellegrino (poi scomparso il 4 aprile 2012, all’età di 89 anni), docente di lettere classiche e poi preside, credente convinto e intellettuale cattolico di alta statura, che diede vita alla casa editrice SPES, contribuendo con il suo sapere e le sue pubblicazioni alla conoscenza di tanti uomini di cultura a livello nazionale come Federico Sciacca, Filippo Bartolone, Vittorio Enzo Alfieri.

In quell’occasione, prima di cedere la parola al caro prof. Pellegrino, ebbi modo di illustrare brevemente la figura di Manara Valgimigli, uno dei tanti illustri docenti che diedero fama a quel Liceo “Maurolico” che, unico in Italia, reca il nome dell’illustre scienziato e che è pure il primo liceo classico nato nel territorio messinese.

Mi piace ricordare quanto allora dissi perché posso accomunare per un momento due di quegli uomini di alta cultura, di cui l’Italia in questo momento avrebbe tanto bisogno.

Così allora brevemente presentai la figura di Valgimigli:

È un vero piacere ricordare qui brevemente Manara Valgimigli, dotto filologo, fine esegeta, arguto narratore, un vero maestro, insomma, perché fu uno dei più illustri docenti del nostro Liceo e come pochi altri legato da vincoli d’affetto a Messina.

Laureatosi nel 1898 a Bologna, dove ebbe maestri, fra gli altri, Carducci e Gandino, venne poco dopo a Messina ad insegnare Lettere al Ginnasio pareggiato del Convitto “Dante Alighieri”, grazie alla segnalazione di Giovanni Pascoli che c’era lì bisogno di un insegnante. Durante gli anni di quel primo soggiorno nella nostra città frequentò spesso la casa del Pascoli, allora professore ordinario di Letteratura latina nel nostro Ateneo.

Nel 1904 Valgimigli lasciò Messina per insegnare a La Spezia e Lucera, ma alcuni anni dopo, nel novembre del 1909, ritornò volontariamente in città come professore di latino e greco al Maurolico, che naturalmente aveva subito la terribile distruzione del terremoto e aveva una sede baraccata. Così egli racconta quell’esperienza:

Avevo chiesto io di ritornare. “Stanno riaprendo il Liceo” mi dissero al Ministero. In realtà avevano appena incominciato a costruirlo. C’erano di gran travature, e palchi, e un andare e venire di falegnami, e pialle e seghe e martelli e trucioli e casse di chiodi; in una specie di stanza ancora senza finestre e col tetto non anche ricoperto, il segretario Felici aveva raccolto alla meglio quel che di registri e documenti aveva potuto salvare dal vecchio Liceo rovinato”1.

La Biblioteca del Liceo Maurolico oggi

Al Maurolico Valgimigli insegnò fino a tutto il 1913. Descrive in alcune vivaci pagine narrative la vita che allora visse “in baracca”. La moglie e la figlia lo aspettavano

verso mezzogiorno, fuori dalla porta di casa, nella strada. La vita di baracca era anche molto vita di strada. Mi venivano incontro col boccale dell’acqua, perché si andava insieme a riempirlo alla fontana per il desinare”.

Lì, in quella baracca di legno in fondo al Viale San Martino veniva a trovarlo Giorgio Pasquali, che poi sarebbe stato uno dei più illustri filologi italiani e che allora insegnava all’Università e lì s’intratteneva spesso con parecchi amici messinesi.

Valgimigli ritornò un’altra volta nella “sua” Messina nel 1921, come professore universitario di letteratura greca, rimanendovi fino al 1924, prima di continuare la sua carriera a Pisa, a Padova e poi a Ravenna, dove diresse la “Biblioteca Classense”. Concluse la sua vita in provincia di Bergamo nel 1965.

Forse nessuno dei forestieri ospitati dalla nostra Università o dalle nostre scuole conservò come Manara Valgimigli un ricordo di Messina così caro e costante verificabile da parole come queste:

Non sono legato a nessun’altra terra, a nessun’altra città, di così vivo e tenero amore come a questa. Tutte le tappe del mio mestiere di maestro di scuola le ho incominciate lì: dalla prima, quasi ragazzo, in un ginnasietto di collegio, fino all’ultima. Quivi nacque un mio bimbo: quivi crebbe una mia figliolina”2.

E più in là:

Il messinese schietto ha una sua aristocrazia che io non saprei in Italia ritrovar simile se non in qualche città del Veneto; non solo formale, ma signorile nell’intimo; e fastidio e ripudio assoluto di ogni pedanteria e grettezza; e in più una generosità che è propria del sangue siciliano, sostenuta da un senso superiore della vita, tra rassegnato e malinconico e amaro, il quale risale, credo, molto lontano, e forse muove dalla stessa sorgente a cui nutrirono il loro sorriso Socrate e i grandi sofisti”3.

Per queste parole, per l’affetto dimostrato nei confronti di Messina, per il suo impegno di maestro al “Maurolico” abbiamo voluto brevemente ricordarlo, giovandoci delle belle pagine scritte su di lui da Giuseppe Sciarrone, che nel 1961, in occasione del centenario della fondazione del “Maurolico”4.

Questa la mia rievocazione di allora.

Adesso, ad incrementare questo mio ricordo di un grande, mi vien tra le mani un articolo del giornalista Gigi Ghirotti, scomparso nel 1974, dal titolo “Un grecista in convento”, che tratta proprio di Valgimigli, il quale nel 1942 si trovava a Ravenna, dove quest’illustre traduttore dei classici viveva in una cella di antichi frati, inconsapevole che nel 1948, andato in pensione, sarebbe stato chiamato nella stessa città, per chiara fama, alla direzione, come già detto nella mia presentazione, della Biblioteca Classense, dove sarebbe poi rimasto fino al 1955.

Ghirotti ribadisce che fu proprio Pascoli, professore di latino all'Università di Messina, a chiamare Valgimigli, ancor fresco di laurea, nella città dello Stretto nel 1898, ad inse­gnare nel ginnasio della città sici­liana, aggiungendo il particolare che egli vi arrivò 

in vagone di terza classe, avvolto in un cappottuccio da pochi soldi, ricco di santi entusiasmi per la poesia”.

E continua ancora il giornalista, raccontando di lui nuovi particolari:

 “L'a­micizia con Giovanni Pascoli diven­ne affettuosa intimità. Nel poeta, già affermato per le sue poesie italiane e già premiato ad Amsterdam per i poemetti lati­ni, rimaneva il rimpianto di non poter dedicare più tempo allo stu­dio dei poeti greci, e di questo ram­marico parlava spesso al giovane Valgimigli. Il quale un giorno, usci­to da lezione, annunciò al Pascoli: «Mi do al greco. Ho deciso». Da quel giorno incominciò il grande ciclo della revisione critica dei te­sti classici e della moderna inter­pretazione del mito ellenico: di que­sta fatica, durata mezzo secolo, la scuola italiana è stata testimone (...). A 76 anni, senza più nessuno al mondo, il vecchio professore conti­nua a leggere e a vivere accanto ai suoi poeti (...). Non più scolaresche inquie­te gli sono affidate, ma grandi sale mute, odorose di libri, stipate di libri. Con un mazzo di chiavi alla cintola, vestito di un camice bian­co, Manara Valgimigli, simile ad un candido priore camaldolese, passeg­gia in quel suo regno assorto; due volte al giorno va a visitare le celle, fitte di codici e volumi secolari”.

A proposito della sua traduzione dei Carmina di Giovanni Pascoli (Milano, 1951), Ghirotti recupera, infine, nel suo articolo, ancora un gustoso aneddoto, riguardante indirettamente Messina:

 “Talvolta, le incertezze non lo lasciavano dormire. Per esempio, un verso latino del Pa­scoli parlava della "rugiada della barchetta". Fatto appello a tutte le risorse della filologia, il rompicapo rimaneva tale e quale: che cos'ave­va voluto dire il poeta? Finalmen­te, come per un'improvvisa illumi­nazione, Valgimigli ricordò che spesso il Pascoli nelle sue passeg­giate serali a Messina gli aveva in­dicato la luna chiamandola "la bar­chetta" o anche "la navicella del cielo", per la sua forma arcuata. E venne facile allora la traduzio­ne: "la rugiada lunare".

 E venne facile allora la traduzio­ne: "la rugiada lunare".

Sarebbe troppo chiedere che a questo illustre filologo, che diversi anni dimorò nella nostra città, impartendo la sua vastissima dottrina a studenti liceali del prestigioso “Maurolico” e ad universitari e citò più volte con affetto Messina nelle sue opere, fosse intitolata almeno una strada?

Felice Irrera

1 M. Valgimigli, Il Mantello di Cebète, Milano, 1952, p. 53.

2 Ibidem, p. 54 sgg.

3 Ibidem, p. 55

4 Cfr. G. Sciarrone, Il Liceo-Ginnasio “Francesco Maurolico” di Messina, Messina, 1961, pp. 139-142.

sabato 2 gennaio 2021

PRIMA E DOPO IL 28 DICEMBRE. ATTORNO AL MONUMENTO


Questo articolo è stato scritto a metà dello scorso novembre ed è rimasto nel cassetto. L’autore, l’ha ritirato fuori dopo una nuova passeggiata negli stessi luoghi il 29 dicembre ed ha notato che le aiuole attorno al monumento ai marinai russi erano state ripulite. Va da sé che la spiegazione che ci si è dati è che il giorno prima, come consueto, si era svolta la cerimonia commemorativa con la deposizione di una corona di fiori da parte del sindaco in collaborazione – come si legge in tutti i comunicati ufficiali – con il consolato onorario russo; ma sembra che il console, l’onorevole Giovanni Ricevuto, non si sia fatto vedere… Se così fosse, le parole e le tesi dell'autore risulterebbero ancora più calzanti


foto scattata il 15 novembre 2020



foto scattata il 29 dicembre 2020







Passeggiando per Messina

Come non pensare, in questo primo (e si spera ultimo) anno dell’era Covid, ad una bella passeggiata nel piacevole sole di una giornata autunnale della città dello stretto?

Ed eccomi prima ad osservare beato, nonostante la mascherina, il mare tranquillo in un’aria priva di vento; poi notare chi corre un po’ o passeggia come me per dimenticare l’angoscia dell’epidemia; e infine riprendere la strada di casa, passando per la villetta che ospita, sul torrente Boccetta, il bel monumento “Ai Marinai russi”, inaugurato il 9 giugno 2012, per i soccorsi portati da essi, che il 29 dicembre 1908 giunsero, con le unità “Admiral Makarov”, “Giljak”, “Koreec”, “Bogatyr”, “Slava” e “Cesarevic”, per portare i primi soccorsi alle persone intrappolate sotto le macerie delle abitazioni crollate appena un giorno prima.

Giro intorno al monumento, ammirandone il commovente realismo.

Ricordo che esso non fu eretto, come si potrebbe pensare, a spese del Comune (che mise solo a disposizione lo spazio verde), ma per volontà dei Russi e, in particolare, grazie al finanziamento della Fondazione Sant'Andrea, in collaborazione con il Centro della Gloria Nazionale e il Fondo Internazionale delle Lettere e della Cultura slava: non posso fare a meno di dispiacermi ancora dell’operato di una città che, dopo più di un secolo, non è riuscita a dare corso a quella che fu proprio la prima delibera della prima seduta del Consiglio comunale della città distrutta (17 febbraio 1909), che prevedeva, appunto, l’erezione di un doveroso monumento a quei marinai.

Il bronzo dell’opera, che fu realizzata su un bozzetto dello scultore italo-russo Pietro Kufferle del 1911, mostra di essere trascurato: molte sono le macchie e s’intravedono anche delle fessure alla base. Ma colpisce certamente ancora di più chi guarda il contesto in cui esso è situato il completo abbandono in cui versa lo spazio un tempo verde, ora pieno di sterpaglie.

Alla cerimonia dell’inaugurazione del monumento, tra le molte autorità italiane e della Federazione Russa, fu presente l’allora presidente della Provincia Nanni Ricevuto, che presto avrebbe ottenuto lo status di console onorario a Messina, divenendo, insomma, uno dei magnifici 530 che figuravano, al 25 settembre del 2019, nell’elenco approntato all’epoca dal nostro Ministero degli Esteri: il medesimo era pure lì segnalato in carica dal 10 maggio 2016 al 9 maggio 2021.

Come tale, da allora questo politico di lungo corso, si è distinto in alcune cerimonie ufficiali e ha persino avuto l’onore di far inaugurare ufficialmente, nel maggio 2018, all’Ambasciatore Sergey Razov la sede del Consolato Onorario che avrebbe dovuto rappresentare un punto di riferimento importante per i russi residenti nella città di Messina e nella sua provincia (alcune centinaia) oltre che per i numerosi turisti in visita.

Non disponendo di statistiche, non sappiamo quante decine (forse centinaia) di persone si siano rivolte, traendone beneficio, all’onorevole, ma semplicemente con una breve ricerca su internet abbiamo appreso che l’indirizzo del Consolato è sito in via Regina Elena 6, 98158, Faro Superiore (sic!), Messina e che la sua sede operativa si trova in Corso Cavour 77, indirizzo quest’ultimo che corrisponde a quello dell’Università telematica Pegaso, di cui lo stesso ex-onorevole risulta responsabile delle Relazioni Internazionali: quanto all’e-mail alla quale abbiamo scritto per attingere informazioni (info@consolato-onorariorussiamessina.it), ci è ritornata indietro inevasa.

Insomma, tutto ciò fa pensare che la reperibilità e quindi l’attività consolare sia stata piuttosto scarsa, a dispetto delle aspettative dell’ambasciatore Razov. Viene da chiedersi se i Russi abbiano il desiderio di riconfermarlo nell’incarico in una città così emblematica e storica per le relazioni tra i due paesi. Aspettiamo con curiosità il maggio dell’anno imminente

Ciò che, invece, non può davvero aspettare perché costituisce una vera vergogna è lo stato in cui versa il verde che circonda il monumento. Osservando i cartelli ancora presenti nelle aiuole, sembrerebbe che non debba essere il Comune a pensarci: in una grande targa a bella vista si legge che il consolato onorario e il centro “MIR” (associazione fatta nascere e promossa dallo stesso Ricevuto) si prendono cura del verde di “questo” luogo. Sarà!

Ci aspettiamo un gesto di orgoglio e di riscatto da parte del console, almeno prima di maggio, prima che il suo mandato giunga a scadenza.

novembre, 2020

Felice Irrera

Post scriptum della Redazione. La pulizia delle aiuole, verificata il 28 dicembre successivo, giorno della commemorazione, è stata opera di chi? L’assenza del console onorario all'annuale cerimonia fa sorgere qualche ragionevole dubbio che il “gesto di orgoglio e di riscatto” sia da attribuire ad altri.