lunedì 23 settembre 2019

CRONACHE DI FINE OTTOCENTO. Placido Messina detto ‘u Ghiugghiu

PLACIDO MESSINA DETTO ‘U GHIUGGHIU

Alla fine dell’Ottocento, chi a Messina avesse voluto gustare i piatti della tradizione locale, come il soffritto, la ghiotta di pesce stocco, le braciole di pesce spada o lo stufato di piedi, si sarebbe dovuto recare alla caratteristica taverna di Placido Messina, detto ‘u Ghiugghiu, in una delle traverse del Grande Ospedale, di fronte alla fontana della Provvidenza. Ci trovava tutti quei piatti e molti altri, ma soprattutto ci trovava le battute di spirito del taverniere e le parolacce con cui le condiva. In quella bettola a chilometri zero ante litteram, assieme ai piatti locali e a «un bicchier di vino puro di Barcellona, del Faro e di Bordonaro», ci trovava le tovaglie rustiche che profumavano di bucato, ma che erano abbellite dalle macchie di vino dei precedenti servizi, che le lavature non erano riuscite a togliere.
E vi trovava un ambiente buono per tutte le occasioni, un vero locale democratico e trasversale: «Tutti i signori e borghesi, operai e popolani, facchini e carrettieri, donnine del demi monde e della plebe, tutti han passato in quella taverna rusticana delle ore piacevoli e di leccornia golosa».
Disegno di Arianna Aliffi
Ma era destino che quell’angolo di paradiso in terra avesse i giorni contati, a causa della tragica sorte che sarebbe spettata a Placido Messina la sera del 21 settembre 1890, per mano di un giovane carrettiere senza precedenti penali, e che non aveva alcun motivo di rancore nei confronti del Ghiugghiu. Quella sera Stellario Mandraffino, ventiquattrenne, entrava nella taverna di Messina in compagnia di due donne dai facili costumi, Giovanna Sottile e Rosa Celona, che erano anche madre e figlia. I tre mangiarono e bevvero allegramente e rumorosamente, e alla fine della cena avrebbero voluto concludere la serata con un ballo, ma ‘u Ghiugghiu non glielo permise, spiegando che nell’appartamento adiacente stava una donna malata, e non avrebbe voluto disturbarla ulteriormente. Le due donne reagirono malamente al diniego di Messina, e lo aggredirono prima con le parole, poi con i fatti, procurandogli però solo una leggera ferita al collo. La rissa fu presto sedata, e la cosa sembrava finita lì.
Invece, a conclusione della serata, mentre il taverniere si accingeva a chiudere il locale, dal buio saltava fuori Mandraffino che lo aggrediva alle spalle e lo colpiva con un coltello a serramanico, con una ferita al fianco sinistro che lo avrebbe portato alla morte il giorno seguente.
Nel successivo mese di agosto, tutto era pronto per l’inizio del processo: l’accusa era di omicidio volontario, avendo il tribunale ritenuto «che il Mandraffino inferse quei colpi di arme allo scopo di esercitare solamente un atto di mafia».
Si presentò alla corte l’imputato: un giovanotto alto e magro, con dei baffetti biondi e vestito in maniera discreta. Provò a giustificare la sua azione, dicendo di essere stato provocato da Placido Messina, che lo aveva preso a schiaffi, bastonate e colpi di sedia, ma la sua dichiarazione fu prontamente smentita da una serie di testimoni, che confermarono le tesi dell’accusa. Né migliorarono la sua posizione le dichiarazioni delle due donne che lo accompagnavano, «che disgustarono tutti col loro cinismo ributtante».
Si presentarono anche due testimoni a favore del Mandraffino, pronti a dichiarare di aver visto ‘u Ghiugghiu schiaffeggiare l’imputato, ma, smascherata la falsità delle loro parole, furono arrestati seduta stante come testimoni reticenti e falsi. Giuseppe Merlino e Letterio Cutroneo – così si chiamavano i due falsi testimoni – trascorsa qualche ora in carcere, chiesero di essere risentiti con urgenza, ritrattarono la loro precedente dichiarazione, aggiunsero di essere stati istigati dalla madre di Mandraffino a fare quella deposizione, riottennendo la libertà.
Si susseguirono le requisitorie dell’accusa e della difesa. Il procuratore, cavalier Castagna, si concentrò sul carattere mite e gioviale della vittima, cui contrappose la ferocia dell’azione di Mandraffino. L’avvocato Natale Scaglione, difensore, provò a puntare sulla volontà di ferire, piuttosto che di uccidere, e fece leva sul buon passato del Mandraffino: «È un disgraziato che merita riguardi per la sua condotta buona e gli ottimi precedenti». Infine l’avvocato Francesco Faranda, personaggio di spicco del Foro messinese in quegli anni, e presente al processo in qualità di avvocato di parte civile, definì l’imputato «vittima di quell’ambiente viziato che lo circondava», e fu il primo a chiedere che nei suoi confronti fosse applicato il beneficio delle attenuanti.
Il verdetto non si fece attendere a lungo. La giuria riconobbe all’imputato le circostanze attenuanti, con una maggioranza di 7 a 5; a fronte della richiesta di venti anni di reclusione, avanzata dal procuratore, la Corte condannava Stellario Mandraffino alla pena di sedici anni e otto mesi di reclusione, più uno di sorveglianza speciale una volta scontata la pena.

Gerardo Rizzo

lunedì 2 settembre 2019

TRA TESCHI, TOMBE VIOLATE E VARIA DIS-UMANITÀ

Curiosando tra gli appunti di Gaetano La Corte Cailler all’Archivio Comunale di Messina

Tra le carte manoscritte di La Corte Cailler in possesso dell’Archivio “Nitto Scaglione” del Comune di Messina, abbiamo avuto la ventura di ritrovare, in un fascicolo contrassegnato dalla lettera M, un suo appunto, in cui lo studioso annota come Letterio Lizio-Bruno assicuri che al cadavere di Francesco Maurolico, che dovrebbe ancora oggi essere conservato nella chiesa di San Giovanni di Malta, manchi la testa, che giovò a Giuseppe La Farina per gli studi frenologici. Cosa non si fa per la scienza e la patria?!
Rimessici dalla sorpresa (che un buontempone direbbe poter fornire una spiegazione, ancorché inconscia, agli annosi insanabili conflitti fra i due licei classici statali della città!), servendoci di un preciso riferimento dello stesso La Corte Cailler ad un fascicolo dell’ “Archivio Storico Messinese” (1906, p. 208, nota 4) contenente l’articolo di Lizio-Bruno con la nota oggetto della sua attenzione, abbiamo rintracciato l’articolo stesso, che reca il titolo “Il Petrarca e Tommaso da Messina”, da cui trascriviamo alla lettera:
Lizio-Bruno testimone della vicenda

A proposito di sepolcri violati, dirò che nel 1852 o 53 in casa La Farina in Messina io abbia veduto un gran teschio, su cui erano attaccate delle striscioline di carta, ove in carattere minutissimo l’insigne Giuseppe di quella famiglia aveva fatto, quand’era giovane, i suoi studi frenologici, con lo scriverci i nomi anatomici corrispondenti ai vari punti del teschio. E seppi allora ch’esso era stato sottratto (nella Collegiata Chiesa di San Giovanni) al sepolcro del secondo Archimede, Francesco Maurolico, gloria somma d’Italia, il quale sepolcro è nella navata destra della Chiesa anzidetta”.
Sull’attendibilità della testimonianza di Lizio-Bruno non possono esistere dubbi, come, del resto, sulla sua serietà di studioso, che qualcuno di noi aveva già cominciato a conoscere sui banchi del Maurolico, grazie a quanto di lui scrisse, sull’annuario 1960-61 del “Maurolico”, il suo professore d’Italiano, Giuseppe Sciarrone, che nel medaglione dedicatogli lo annoverò tra i primissimi insegnanti di quella scuola, definendolo “pubblicista, patriota, poeta, storico, squisito traduttore dal greco e dal latino, folklorista, bibliografo, dantista, epigrafista, scrittore di letteratura infantile”. Oltre che essere insegnante del “Maurolico”, Lizio-Bruno fu pure effettivamente amico della famiglia La Farina, com’è testimoniato anche dal fatto che dettò questa lapide per la sua tomba: IN QUEST'ARCA PER DECRETO DELLA PATRIA / RIPOSA LA SALMA DI GIUSEPPE LA FARINA / UOMO IN CUI LE VIRTU' DELL'INGEGNO EMULARONO QUELLE DEL CUORE /LETTERATO STORICO POLITICO / APOSTOLO DELL'INDIPENDENZA E UNITA' ITALIANA / ESULE E SOLDATO /COSPIRATORE MAGNANIMO E GOVERNANTE / NACQUE IN MESSINA IL 20 LUGLIO 1815 / MORI' IN TORINO IL 5 SETTEMBRE 1863
Dunque, sicuramente un tale personaggio non può essere tacciato di mendacio né di partigianeria riguardo a quanto sopra descritto.
La tomba di Maurolico
C’è da dire, d’altra parte, che il rispetto per i morti non faceva parte del DNA anche di tanti che, oltre agli studiosi, avrebbero bene dovuto averlo: ce ne accorgiamo nello stesso articolo succitato di Lizio-Bruno.A proposito di Tommaso Caloria (o Caloiro), amico del Petrarca, che dedicò al poeta messinese alcune lettere delle “Familiari”, scrive Lizio-Bruno (pp.207-208): “Ebbe sepoltura nell’antichissima Chiesa del Carmine, ch’era nella via già chiamata dei legnaiuoli (e poi fu detta Pozzo Leone), ma le sue ceneri non vi stettero in pace lungo tempo, come si legge nella Messina descritta1 di Giuseppe Buonfiglio Costanzo; il quale, toccando del sepolcro di Costantino Lascari, che, com’è noto, morì in Messina (dove tenne una scuola di greco riputatissima) scrisse così:
Non si vede per cortesia de’ Frati, che buttate via l’ossa, convertirono in altr’uso la cassa del marmo dove giacevano e parimenti, dell’illustre Pittore Polidoro e di quel Tommaso Caloria, celebre per il verso del Petrarca’2.
Come dire “i morti son morti” e di tombe c’è sempre bisogno.


Felice Irrera
e Giuseppe Iannello






1Venezia, 1606; poi Messina, 1738.
2 Così scriveva nel 1606 Buonfiglio; ma Caio Domenico Gallo, che lo cita continuamente, a p. 183 dell’Apparato agli Annali (1756), parlando della chiesa del Carmine scrisse: in essa chiesa è sepolto il famosissimo Costantino Lascari (...) come anche l’insigne pittore Polidoro e il celebre Tommaso Caloria”, come se cinquant’anni prima il Buonfiglio non avesse scritto quanto sopra riportato! Temette forse di offendere i Reverendi Padri del suo tempo dicendo la verità? Soltanto nel tomo II degli Annali del 1758 (p. 283 e 416) riferisce le notizie apprese da Buonfiglio”.

domenica 1 settembre 2019

SENZA VISIONE E MISSIONE

MANOVRE DESTRE E SINISTRE


Pel bene d’Italia
si muovono tutti,
da quelli più belli
a quelli più brutti!

C’è Renzi Matteo,
non più segretario,
che di Zingaretti
vuol fare il sicario.

Non manca Salvini
(anch’egli Matteo),
che, dopo esser stato
fin all’apogeo,

a dare il comando
è pronto persino
a Gigi, l’ameba,
(è proprio in declino!).

Ma c’è pure chi
vagheggia elezioni
e firme raccoglie:
è Giorgia Meloni!

E gli altri? Son pronti
a dare una mano,
purché ci sia congruo
buffet quotidiano!

C’è forse qualcuno
che guarda lontano,
che la direzione
segnala con mano

da qui a dieci anni?
No, certo! Perché?
C’è solo il presente:
il futuro non c’è!

Se pure usciremo
da questo casino,
torneremo presto
di tutti zerbino:

onorevoli” sono,
ma senza visione
e privi di essa
non c’è una missione!




AUTORITRATTO DI CONTE

Mi chiaman Girella
(ma è solo mediare),
non come Salvini,
il leghista lunare,

che m’ha consentito
di fare figura
sicché or m’accingo
alla forgiatura

d’un nuovo governo
da me presieduto.
Son come Arlecchino,
che porge l’aiuto

ai suoi due padroni,
(di cui uno è nuovo),
ma sono contento:
il coraggio lo trovo!

Pensate soltanto
che con la furbizia
dei grandi del mondo
ho già l’amicizia,

magari soltanto
perché parlo inglese
assai meglio di Trump,
e sono cortese.

Dirò a tutti sì,
sia in patria che altrove
e poi parlerò,
qual placido bove,

ovunque nel mondo
mi si manderà.
La mia gentilezza
sì maschererà

qualunque emergenza.
Da camaleonte,
ad ogni emergenza
saprò fare fronte!

È questo il Vangelo
al quale m’ispiro:
se trovo un ostacolo,
io presto l’aggiro!

Mi aman le piazze
e pure i potenti
perché sono attento
al soffio dei venti!

M’han detto che sono
un re Travicello:
che importa se è vero,
io uso il cervello!

È quello che manca
a sciocchi che in zuffa
finiscono ognora
ad ogni baruffa!

Lasciamo ai plebei
un comportamento
che porta soltanto
all’accrescimento

di odio e d’invidia.
Sediamoci, invece,
a un tavolo intorno
seguendo mia prece

di restare calmi,
perché il sottoscritto
(modestia mia a parte)
ha laurea in diritto

e certo saprà
(ne sono sicuro)
dei veti incrociati
infrangere il muro!

Felice Irrera





martedì 27 agosto 2019

IL COLPO DI SOLE

 
Estate. Il sudore
ti gronda sugli occhi,
al sole si espongon
soltanto gli allocchi.

Salvini, il leghista,
si crede un guerriero,
perciò sulle spiagge
si brucia davvero.

Disdegna un berretto
nel mentre comizia,
è sol la parola
per lui redditizia.

Ed ecco, improvvisa,
del sol la sevizia
colpisce la fronte,
ne annienta furbizia

a quel demagogo
col cerebro acceso
da tutto quel caldo
di cui sente il peso.

Or medita, folle,
nel pieno di agosto,
d’andare da Conte
e di dirgli tosto:

Finito è il governo,
io voglio elezioni;
raddoppio i miei seggi
con le votazioni!”.


E mentre, basito,
quell’altro lo sente,
va via fischiettando
tal quale un demente:

Non servon mozioni,
dimettersi deve,
la Lega padrona
d’Italia sarà!”.

Dapprima l’Italia
si strappa i capelli,
è tutta in subbuglio...
ma, calma, asinelli!

È colpa del sole:
sfiducia presenta,
ma poi la ritira
(che bella polenta!).

Ed ecco riceve
da Conte in Senato
tal sorta di accuse
che n’esce suonato.

Balbetta ch’è pronto
a far marcia indietro,
ma un duro Gigino
gli dà un vade retro.

Eppure, bastava
soltanto un cappello
calato sul capo
e questo macello


avrebbe evitato!

 
Agosto, 2019
Felice Irrera

sabato 18 maggio 2019

“NON LEGGETE QUEL LIBRO!”

De gustibus. Al nostro severo recensore questo volume proprio non è andato giù
 
Qualcuno dei nostri ventiquattro lettori ricorderà forse il film Non aprite quella porta (The Texas Chainsaw Massacre) che diede inizio ad una pluriennale serie cinematografica di film horror consistente, oltre che in film, anche in fumetti e videogiochi, di cui era protagonista un feroce serial killer.
Ci è venuto in mente di parafrasare quel titolo scorrendo un libro ritrovato, su una bancarella dell’usato, un po’ maltrattato, ma ancora leggibile, benché con parecchi appunti, sottolineature e punti interrogativi: Messina la capitale dimenticata, Editrice Magenes, 2018.
Non nego che il fatto di una prefazione al volume (di più di 300 pagine), scritta da Pino Aprile, da me letta subito prima di procedere all’acquisto, unitamente all’aletta di copertina (che definiva l’autore come etno-storico e scrittore messinese), e al prezzo (soli € 4,00, contro i 20 € del prezzo originario), mi abbiano convinto.
Mi sembrava poi anche di aver sentito qualche volta il nome dell’autore, Alessandro Fumia, in occasione di qualche sua conferenza.
Insomma, non feci caso più di tanto alle sottolineature alle quali ho accennato sopra, agli interrogativi e alle annotazioni (tutte, però, rigorosamente a matita, come si conviene) che costellavano il libro e lo acquistai.
Mal però me ne incolse (Era meglio morire da piccoli recita una canzone!) e dopo averlo stoicamente letto, capii che l’ignoto primo acquirente del libro, liberandosi di esso, aveva veramente voluto fuggire da un mostro! Mi limito a trascrivere un paio di note del malcapitato (che mi ha in pratica suggerito la metafora del titolo): “Un vero e proprio feroce serial killer della grammatica e della sintassi italiana, collezionista, invece che di cadaveri, di gerundi e passati prossimi, che usa, per sezionare le sue numerosissime vittime, cioè interi periodi, l’affilatissima motosega dell’improvvisazione linguistica e ortografica e della pervicace ripetizione concettuale”; “l’autore converte in paccottiglia informe i tanti documenti che, con un impegno degno di migliore interprete, è andato raccattando negli archivi del regno, cosiddetto duo siciliano” (è effettivamente suo vezzo chiamare così il regno borbonico del sud!).
Si potrebbe credere che simili giudizi stroncanti siano esagerati: per dimostrarne la veridicità basta, però, com’è capitato a me, leggere il libro del “neo-borbonico autore di tale poltiglia pseudostorica” (è sempre l’incauto primo acquirente del volume che così lo definisce), “appartenente a quella schiera di ingenue, facili vittime di astuti marpioni che affibbiano loro degli autentici mattoni come questo”.
Per quanto specificamente mi riguarda, devo dire, in verità, che a tale manipolabile compagnia, ahimè, si è rivolto coi suoi libri lo stesso ammiccante prefatore di questa davvero lacrimevole pubblicazione, Pino Aprile, che crede (o forse cerca solo di far credere?) in un meridione sempre sfruttato dal nord egemone, ma mai si chiede le cause profonde di quest’egemonia; o meglio, pensa di trovare tale risposta semplicemente nell’azione, che, ad onor del vero, anche per noi fu un vero e proprio esercizio di banditismo, grazie al quale i Savoia, aiutati da un impero inglese che cercava un grande mercato per le sue merci, si annessero il resto della penisola.
Vada indietro nel tempo, caro Aprile, e faccia altrettanto anche Lei, esimio “etno-storico” Fumia, e scoprirete che i popoli, da un lato, fanno la storia sempre eterodiretti, guidati da élites di vario genere; e dall’altro dipendono dalla storia stessa, per cui, se i meridionali hanno sempre subito dominazioni esterne ciò nasce (e ci riferiamo all’ultimo millennio) perché non hanno conosciuto, per via delle diverse signorie subite, ultima proprio quella borbonica, lo sviluppo comunale del centro-nord, che, con tutti i suoi limiti, che sono poi quelli dell’uomo, ha permesso, a loro sì, di avere una coscienza di cittadini!
Adesso il riscatto del sud (e di Messina in particolare) verrebbe, esimio scrittore (“fumoso” lo chiama l’ignoto commentatore con un gioco di parole non so quanto voluto), dall’angusto provincialismo di quanti pensano ai trascorsi fasti di una città che da tanti anni ormai è in ginocchio?
Dobbiamo ancora far riferimento, come qualcuno, tempo fa, incominciò a fare dagli schermi televisivi di un’emittente locale, ad una “messinesità” in realtà assolutamente inesistente proprio per gli eventi storici che, se anche essa ci fosse stata, l’avrebbero annientata?
Rimbocchiamoci le maniche, piuttosto; e cerchiamo d’insegnare un po’ di civismo ai nostri simili soprattutto con l’esempio, che consiste anche nel non ammantarci di titoli e meriti che assolutamente non abbiamo, né accademici, né acquisiti con un lavoro autonomo, ma privo di qualità, come quello in cui ci siamo questa volta imbattuti.
L’ignoto primo lettore di questo povero libro, pieno solo, come lui dice, di “prosopopea autoincensante”, ha voluto, dandolo via, liberarsi di un fardello di “sciocchezze mal assortite”: noi, credendo di essere con ciò nel giusto, cerchiamo di affrancarci dalla vanagloria!

Felice Irrera

mercoledì 1 maggio 2019

LETTERE DA SALINA

Il fascino della memoria nell’ultima opera narrativa di Gerardo Rizzo


Si snoda come un memoriale che rincorre, filo per segno, un’improbabile unità di spazio e di tempo il lungo racconto del protagonista di “Lettere da Salina” (Di Nicolò Edizioni, 2019). Dall’alto dei suoi cent’anni, trascorsi attraversando un secolo con tutte le sue luci e ombre, il vecchio Franco Alaimo imbastisce la rappresentazione della sua vita. Di un se stesso, per meglio dire, cresciuto sullo sfondo di un’isola-madre, un luogo dell’anima impossibile da estirpare da tale rappresentazione. Un legame, il suo, tanto viscerale da costituire la trama stessa di un romanzo, il quale ha sostituito ai dialoghi che tanto abbondano - spesso anche a dismisura - nelle pagine del genere, il flusso non sempre piano dei ricordi che a volte si riducono a baleni, guizzi, fiammelle. Un materiale incandescente quello che Alaimo mette in campo, per certi versi omologabile al magma che crepita sotto il suolo di Salina, isola vulcanica, suscitando i suoi continui sommovimenti tellurici.
Pochi i dialoghi, è vero, ma molta – e comunque mai troppa – la ricchezza descrittiva grazie alla quale l’autore riesce a sbozzare personaggi propri di un mondo che appartiene solo alla memoria collettiva, mancando ormai di riscontri tangibili con l’attualità. E’ una Salina “teatro di memorie” – per dirla con Leonardo Sciascia – il proscenio di questa rappresentazione, a tratti nostalgica ma sempre presente a se stessa, scorrevole ma mai incalzante, giocata tra piani temporali diversi. Le figure che affiorano dallo spesso strato della memoria, ove sono sedimentate negli anni nei quali è maturata l’esperienza dell’io narrante, posseggono una rara plasticità che le rende quasi palpabili, simboli vivi di una dimensione solo in apparenza fluttuante, in realtà appannaggio solido della complessiva personalità del protagonista.
Storico e annalista di valore, l’autore, con logica consequenzialità, traccia un puntuale ‘excursus’ di alcuni avvenimenti del secolo scorso. Un secolo di guerre e cataclismi, di eccidi e grandi rivoluzioni civili e culturali, vissuto attraverso gli occhi e la coscienza di chi, pur dall’apparente marginalità della sua condizione insulare, tutto questo ha potuto respirare.
Ma non è solo quella storica la cifra caratterizzante il romanzo, perché a connotare il testo sono indubbiamente anche il concetto d’identità, il senso della famiglia, le tradizioni tramandate di generazione, il rapporto tra padri e figli. Intriso, quest’ultimo, da una profonda tragicità, come peraltro emerge dalla parte finale del romanzo, per l’irreparabilità delle crepe che vi s’instaurano e che segnano profondamente la vita del protagonista.
Vivace e suggestiva l’ambientazione, che restituisce al lettore l’intenso legame dei personaggi con la natura circostante, in una sorta di “realismo magico” – sulle impronte di Giuseppe Bonaviri - pullulante di streghe volanti e alberi che si animano per proteggere i naviganti dalla furia del mare. Il tutto inserito in un quadro complessivo dove non è più possibile, a un certo punto, separare il chi dal cosa, la natura dalla divinità, il mistero dalla luce della rivelazione.
Lo stile è asciutto ed elegante, in linea con il rigore scientifico dell’autore, il quale non consente mai che lo straripare delle emozioni possa in alcun modo incrinare il fluire della narrazione. E di emozioni abbonda questo testo intensamente rievocativo, che cuce un disegno di voci e gesti e quadri di vita destinato ad attrarre il lettore in una potente rete empatica. Anche l’uso incidentale di locuzioni dialettali non può che ulteriormente arricchire la raffigurazione di un affresco a più tinte - non ultima quella popolare – in grado di imprimersi in modo significativo nella memoria.
Nel solco della rassegnata considerazione che il tempo toccato a ciascuno altro non è se non una necessaria parentesi da trascorrere nell’oceano di un’eternità muta e imponderabile, il protagonista, prima di festeggiare i suoi cent’anni tra canti e suoni di piazza, raduna infine intorno a sé i fantasmi del suo passato. Gli terranno compagnia sino al termine dei suoi giorni, nella consapevolezza che, se pure tutto diviene, nulla si è senza essere anche quelli che si è stati. E proprio questo sembra il senso finale della lunga lettera che il vecchio Franco Alaimo scrive a un nipote che non ha mai conosciuto e al quale affida il testimone di una vita destinata a continuare anche dopo la sua apparente sospensione temporale.

Giuseppe Ruggeri

martedì 23 aprile 2019

GIOVANNI MOLONIA, UNO STUDIOSO SENZA PARI

"Colpiva non solo la sua acutezza e la produzione di centinaia di ricerche di valore in campo storico e artistico, ma, anche e soprattutto, la sua estrema generosità nel supportare gli studi degli altri, che seguiva con l'identica passione con cui portava a termine i suoi: elemento molto raro a Messina"

"Commemorare" è una parola enfatica che certo a Giovanni Molonia non sarebbe piaciuta; e conoscendo il suo atteggiamento di rifiuto verso ogni retorica e la sua personale ritrosia di fronte a qualsiasi riconoscimento, so bene che, anche post mortem, avrebbe gradito, secondo la sua innata modestia, la moderazione dei toni.

Così, per qualche mese, ho taciuto, proprio per allontanare per un po’ quel sospetto di unzione liturgica che accompagna ogni commemorazione; poi ho pensato di rivalutare, invece, l'etimologia del termine "commemorare", connettendolo ad un uso nobile della memoria: una celebrazione da compiere, senza orpelli, facendo parlare il proprio cuore che, se interrogato, risponde sempre.
Ricordare a bassa voce, nel proprio profondo, un caro scomparso, fa davvero assumere alla parola un significato ed una dignità accettabile anche da Giovanni ed è quindi possibile venir meno al suo costante desiderio di riservatezza, interpretando pure, adesso, la volontà di un’intera comunità che lo ha conosciuto ed apprezzato.
È per tutto questo che, mentre il tempo va implacabilmente, ma umanamente, lenendo il dolore provocato dall’improvvisa scomparsa di Giovanni, pur avvertendo ancora come un sopruso il categorico vuoto dell’assenza fisica di un amico affettuoso, mi sento adesso di ricordarlo.
Studioso impareggiabile e schivo di palcoscenici, Giovanni era innamorato della sua città, alla quale, pur scorgendone i tanti difetti, ha dedicato tutta una vita di studi; e chi gli è stato amico può sinceramente testimoniare di aver attinto da lui, dal suo sapere e dalla sua umanità, da quella sua ansia continua di ricerca, che è poi segno distintivo, giusto e sacro nell'uomo.
Della nostra città discutevo spesso con lui, ma non della Messina entità geografica, che, pur bellissima nella sua storia e nei suoi miti, fatica ancora a rinverdire nella contemporaneità anche solo una parte dei fasti di un tempo; ma della civitas, della sua cittadinanza che oggi appare in gran parte priva d’identità, ripiegata nel ricordo, tutto provinciale e non storicizzato, quasi che solo per questo le si dovesse rendere omaggio da parte del resto del mondo.
Di questo e di molto altro parlavamo con Giovanni, dall’innata modestia nonostante l’enorme e prestigiosa mole degli scritti per i quali era conosciutissimo, quando, quasi ogni martedì (prima che lui si recasse all’Archivio Storico del Comune per svolgervi il suo compito di “esperto non retribuito”), c’incontravamo al bar Ajello e ordinavamo al gestore, secondo le stagioni, una granita o un cappuccino, sedendo ad un tavolino che ci permetteva di ammirare, alla parete in fondo, qualche nuova creazione di Pietro Mantilla.
Erano per me momenti di vero piacere intellettuale, quelli in cui mi parlava delle sue esperienze, dei suoi studi, dei suoi ricordi, trasmettendomi quel desiderio di conoscere, quell’intensa e irrefrenabile curiositas che ha contraddistinto tutta la sua vita, fin da quando, ragazzo, acquistava alla libreria Ciofalo i volumetti a buon mercato della Biblioteca Universale Rizzoli: quell’ansia di sapere non lo abbandonò mai e non si esercitava soltanto, come si può credere, in campo storico, artistico o musicale, dove era un maestro, ma anche in campo letterario, dove non mancava di seguire le nuove iniziative editoriali: ultima la bella edizione, della Salerno, della Divina Commedia, opera che entrambi consideravamo il più grande capolavoro della letteratura mondiale, da leggere proprio da parte di tutti e che, invece, malinconicamente, perdeva sempre più spazio nelle scuole italiane, come se fosse ormai “sorpassata”.
Sì, perché anche di scuola si parlava con Giovanni, che con quelle istituzioni cercava sempre d’intrattenere rapporti, offrendosi d’incontrare i ragazzi, anche i più piccoli, per far loro imparare ad amare quei libri che erano il suo tesoro e la sua vita; per dialogare con gli studenti più grandi, con passione e slancio, su fatti e personaggi di quella storia messinese di cui era assoluto padrone.
   All'Archivio Storico e alla Biblioteca Cannizzaro riusciva, con l’aiuto di un personale che gli si era affezionato, lo apprezzava e quindi lo supportava, ad organizzare eventi nonostante la mancanza di ogni disponibilità economica: non credo sia un segreto da mantenere che quasi sempre era lui stesso a far stampare a sue spese le locandine che servivano per propagandarli.
   Quante opere, poi, negli anni in cui si è occupato dei libri di questo Comune da troppi anni allo sbando, è riuscito a stampare traendole dall’oblio in cui erano cadute, dimenticate e chiuse agli studiosi! Basti citare soltanto i tre volumi, da lui ricavati con una meticolosa trascrizione, dal diario di Gaetano La Corte Cailler, e gli altri tre (di cui solo due pubblicati), tratti da un’altrettanto accurata trascrizione da giornali di fine Ottocento e primi Novecento, contenenti i moltissimi articoli disseminati in varie testate da Giuseppe Arenaprimo: ad entrambi questi studiosi e all’opera indefessa di Giovanni dobbiamo ora tante notizie che altrimenti sarebbero rimaste inesorabilmente sepolte in polverosi scaffali.
   Parlava anche con me, che poco ne ero esperto, delle vicende teatrali e musicali della città, che profondamente conosceva da bibliotecario della Filarmonica Laudamo e soprattutto da bravo amante della musica, passione questa che condivideva con la compagna di una vita, la signora Alba Crea, insegnante al Conservatorio di Messina, docente di Storia della musica per diversi anni anche nella nostra Università e apprezzata autrice di saggi in quest’ambito.
Ma ciò che colpiva particolarmente in questo studioso autentico, era non solo la sua acutezza e la produzione di centinaia di ricerche di valore in campo storico e artistico, ma, anche e soprattutto, la sua estrema generosità nel supportare gli studi degli altri, che seguiva con l'identica passione con cui portava a termine i suoi: elemento molto raro a Messina. La sua disponibilità era illimitata e più volte mi raccontò di ricevere telefonate da persone, anche del tutto sconosciute, che gli chiedevano un aiuto per le proprie ricerche o pubblicazioni, alle quali non diceva mai di no: forse perché alla base di tutto c’era sempre la curiositas; ma soprattutto perché pensava come fosse assurdo il comportamento di tanti intellettuali e appartenenti al mondo accademico, gelosissimi delle loro scoperte, che tenevano rigorosamente per sé, timorosi di “furti”.

Mi resta il piacere di possedere almeno una pubblicazione in cui ho avuto l’onore di averlo a fianco, quasi due anni fa: la prima traduzione completa dal latino (effettuata assieme al prof. Giuseppe Puzzello) della Messana illustrata del gesuita del Seicento Placido Samperi, riguardo alla quale, oltre a compilare da par suo i preziosi indici analitici che ne consentono una consultazione rapida ed efficace, fu, come al solito, largo di consigli, in veste di coordinatore editoriale, contribuendo pure, come sempre, ad una splendida e riuscitissima presentazione nella Sala delle Bandiere del Comune.
Ma ho anche il cruccio, purtroppo, di non averlo potuto vedere pienamente partecipe di un’altra nostra fatica in corso: una nuovissima traduzione, sempre dal latino, del Compendio di storia della Sicilia di Francesco Maurolico; ed ogni pagina di essa da noi lavorata ce lo ricorda amaramente.
Era davvero uno studioso “anomalo” Giovanni Molonia: anomalo per il suo sapere, che gli consentirà un posto stabile nella memoria storica di questa città (intitolargli una strada o una piazza sarebbe il minimo!); anomalo, però, anche e soprattutto, per la sua umanità, per la quale non può che rimanere nel cuore di chi, come me, avrebbe desiderato conoscerlo come vero amico assai prima, magari da sempre.
Felice Irrera