venerdì 22 gennaio 2021

UN GRANDE FILOLOGO DIMENTICATO. VALGIMIGLI E MESSINA

Nel febbraio di molti anni fa (era il 2003), ebbi occasione di presentare, nella biblioteca del Liceo “Maurolico” di cui ero allora responsabile, il carteggio ancora inedito tra Salvatore Quasimodo e Manara Valgimigli, curato da Peppino Pellegrino (poi scomparso il 4 aprile 2012, all’età di 89 anni), docente di lettere classiche e poi preside, credente convinto e intellettuale cattolico di alta statura, che diede vita alla casa editrice SPES, contribuendo con il suo sapere e le sue pubblicazioni alla conoscenza di tanti uomini di cultura a livello nazionale come Federico Sciacca, Filippo Bartolone, Vittorio Enzo Alfieri.

In quell’occasione, prima di cedere la parola al caro prof. Pellegrino, ebbi modo di illustrare brevemente la figura di Manara Valgimigli, uno dei tanti illustri docenti che diedero fama a quel Liceo “Maurolico” che, unico in Italia, reca il nome dell’illustre scienziato e che è pure il primo liceo classico nato nel territorio messinese.

Mi piace ricordare quanto allora dissi perché posso accomunare per un momento due di quegli uomini di alta cultura, di cui l’Italia in questo momento avrebbe tanto bisogno.

Così allora brevemente presentai la figura di Valgimigli:

È un vero piacere ricordare qui brevemente Manara Valgimigli, dotto filologo, fine esegeta, arguto narratore, un vero maestro, insomma, perché fu uno dei più illustri docenti del nostro Liceo e come pochi altri legato da vincoli d’affetto a Messina.

Laureatosi nel 1898 a Bologna, dove ebbe maestri, fra gli altri, Carducci e Gandino, venne poco dopo a Messina ad insegnare Lettere al Ginnasio pareggiato del Convitto “Dante Alighieri”, grazie alla segnalazione di Giovanni Pascoli che c’era lì bisogno di un insegnante. Durante gli anni di quel primo soggiorno nella nostra città frequentò spesso la casa del Pascoli, allora professore ordinario di Letteratura latina nel nostro Ateneo.

Nel 1904 Valgimigli lasciò Messina per insegnare a La Spezia e Lucera, ma alcuni anni dopo, nel novembre del 1909, ritornò volontariamente in città come professore di latino e greco al Maurolico, che naturalmente aveva subito la terribile distruzione del terremoto e aveva una sede baraccata. Così egli racconta quell’esperienza:

Avevo chiesto io di ritornare. “Stanno riaprendo il Liceo” mi dissero al Ministero. In realtà avevano appena incominciato a costruirlo. C’erano di gran travature, e palchi, e un andare e venire di falegnami, e pialle e seghe e martelli e trucioli e casse di chiodi; in una specie di stanza ancora senza finestre e col tetto non anche ricoperto, il segretario Felici aveva raccolto alla meglio quel che di registri e documenti aveva potuto salvare dal vecchio Liceo rovinato”1.

La Biblioteca del Liceo Maurolico oggi

Al Maurolico Valgimigli insegnò fino a tutto il 1913. Descrive in alcune vivaci pagine narrative la vita che allora visse “in baracca”. La moglie e la figlia lo aspettavano

verso mezzogiorno, fuori dalla porta di casa, nella strada. La vita di baracca era anche molto vita di strada. Mi venivano incontro col boccale dell’acqua, perché si andava insieme a riempirlo alla fontana per il desinare”.

Lì, in quella baracca di legno in fondo al Viale San Martino veniva a trovarlo Giorgio Pasquali, che poi sarebbe stato uno dei più illustri filologi italiani e che allora insegnava all’Università e lì s’intratteneva spesso con parecchi amici messinesi.

Valgimigli ritornò un’altra volta nella “sua” Messina nel 1921, come professore universitario di letteratura greca, rimanendovi fino al 1924, prima di continuare la sua carriera a Pisa, a Padova e poi a Ravenna, dove diresse la “Biblioteca Classense”. Concluse la sua vita in provincia di Bergamo nel 1965.

Forse nessuno dei forestieri ospitati dalla nostra Università o dalle nostre scuole conservò come Manara Valgimigli un ricordo di Messina così caro e costante verificabile da parole come queste:

Non sono legato a nessun’altra terra, a nessun’altra città, di così vivo e tenero amore come a questa. Tutte le tappe del mio mestiere di maestro di scuola le ho incominciate lì: dalla prima, quasi ragazzo, in un ginnasietto di collegio, fino all’ultima. Quivi nacque un mio bimbo: quivi crebbe una mia figliolina”2.

E più in là:

Il messinese schietto ha una sua aristocrazia che io non saprei in Italia ritrovar simile se non in qualche città del Veneto; non solo formale, ma signorile nell’intimo; e fastidio e ripudio assoluto di ogni pedanteria e grettezza; e in più una generosità che è propria del sangue siciliano, sostenuta da un senso superiore della vita, tra rassegnato e malinconico e amaro, il quale risale, credo, molto lontano, e forse muove dalla stessa sorgente a cui nutrirono il loro sorriso Socrate e i grandi sofisti”3.

Per queste parole, per l’affetto dimostrato nei confronti di Messina, per il suo impegno di maestro al “Maurolico” abbiamo voluto brevemente ricordarlo, giovandoci delle belle pagine scritte su di lui da Giuseppe Sciarrone, che nel 1961, in occasione del centenario della fondazione del “Maurolico”4.

Questa la mia rievocazione di allora.

Adesso, ad incrementare questo mio ricordo di un grande, mi vien tra le mani un articolo del giornalista Gigi Ghirotti, scomparso nel 1974, dal titolo “Un grecista in convento”, che tratta proprio di Valgimigli, il quale nel 1942 si trovava a Ravenna, dove quest’illustre traduttore dei classici viveva in una cella di antichi frati, inconsapevole che nel 1948, andato in pensione, sarebbe stato chiamato nella stessa città, per chiara fama, alla direzione, come già detto nella mia presentazione, della Biblioteca Classense, dove sarebbe poi rimasto fino al 1955.

Ghirotti ribadisce che fu proprio Pascoli, professore di latino all'Università di Messina, a chiamare Valgimigli, ancor fresco di laurea, nella città dello Stretto nel 1898, ad inse­gnare nel ginnasio della città sici­liana, aggiungendo il particolare che egli vi arrivò 

in vagone di terza classe, avvolto in un cappottuccio da pochi soldi, ricco di santi entusiasmi per la poesia”.

E continua ancora il giornalista, raccontando di lui nuovi particolari:

 “L'a­micizia con Giovanni Pascoli diven­ne affettuosa intimità. Nel poeta, già affermato per le sue poesie italiane e già premiato ad Amsterdam per i poemetti lati­ni, rimaneva il rimpianto di non poter dedicare più tempo allo stu­dio dei poeti greci, e di questo ram­marico parlava spesso al giovane Valgimigli. Il quale un giorno, usci­to da lezione, annunciò al Pascoli: «Mi do al greco. Ho deciso». Da quel giorno incominciò il grande ciclo della revisione critica dei te­sti classici e della moderna inter­pretazione del mito ellenico: di que­sta fatica, durata mezzo secolo, la scuola italiana è stata testimone (...). A 76 anni, senza più nessuno al mondo, il vecchio professore conti­nua a leggere e a vivere accanto ai suoi poeti (...). Non più scolaresche inquie­te gli sono affidate, ma grandi sale mute, odorose di libri, stipate di libri. Con un mazzo di chiavi alla cintola, vestito di un camice bian­co, Manara Valgimigli, simile ad un candido priore camaldolese, passeg­gia in quel suo regno assorto; due volte al giorno va a visitare le celle, fitte di codici e volumi secolari”.

A proposito della sua traduzione dei Carmina di Giovanni Pascoli (Milano, 1951), Ghirotti recupera, infine, nel suo articolo, ancora un gustoso aneddoto, riguardante indirettamente Messina:

 “Talvolta, le incertezze non lo lasciavano dormire. Per esempio, un verso latino del Pa­scoli parlava della "rugiada della barchetta". Fatto appello a tutte le risorse della filologia, il rompicapo rimaneva tale e quale: che cos'ave­va voluto dire il poeta? Finalmen­te, come per un'improvvisa illumi­nazione, Valgimigli ricordò che spesso il Pascoli nelle sue passeg­giate serali a Messina gli aveva in­dicato la luna chiamandola "la bar­chetta" o anche "la navicella del cielo", per la sua forma arcuata. E venne facile allora la traduzio­ne: "la rugiada lunare".

 E venne facile allora la traduzio­ne: "la rugiada lunare".

Sarebbe troppo chiedere che a questo illustre filologo, che diversi anni dimorò nella nostra città, impartendo la sua vastissima dottrina a studenti liceali del prestigioso “Maurolico” e ad universitari e citò più volte con affetto Messina nelle sue opere, fosse intitolata almeno una strada?

Felice Irrera

1 M. Valgimigli, Il Mantello di Cebète, Milano, 1952, p. 53.

2 Ibidem, p. 54 sgg.

3 Ibidem, p. 55

4 Cfr. G. Sciarrone, Il Liceo-Ginnasio “Francesco Maurolico” di Messina, Messina, 1961, pp. 139-142.

sabato 2 gennaio 2021

PRIMA E DOPO IL 28 DICEMBRE. ATTORNO AL MONUMENTO


Questo articolo è stato scritto a metà dello scorso novembre ed è rimasto nel cassetto. L’autore, l’ha ritirato fuori dopo una nuova passeggiata negli stessi luoghi il 29 dicembre ed ha notato che le aiuole attorno al monumento ai marinai russi erano state ripulite. Va da sé che la spiegazione che ci si è dati è che il giorno prima, come consueto, si era svolta la cerimonia commemorativa con la deposizione di una corona di fiori da parte del sindaco in collaborazione – come si legge in tutti i comunicati ufficiali – con il consolato onorario russo; ma sembra che il console, l’onorevole Giovanni Ricevuto, non si sia fatto vedere… Se così fosse, le parole e le tesi dell'autore risulterebbero ancora più calzanti


foto scattata il 15 novembre 2020



foto scattata il 29 dicembre 2020







Passeggiando per Messina

Come non pensare, in questo primo (e si spera ultimo) anno dell’era Covid, ad una bella passeggiata nel piacevole sole di una giornata autunnale della città dello stretto?

Ed eccomi prima ad osservare beato, nonostante la mascherina, il mare tranquillo in un’aria priva di vento; poi notare chi corre un po’ o passeggia come me per dimenticare l’angoscia dell’epidemia; e infine riprendere la strada di casa, passando per la villetta che ospita, sul torrente Boccetta, il bel monumento “Ai Marinai russi”, inaugurato il 9 giugno 2012, per i soccorsi portati da essi, che il 29 dicembre 1908 giunsero, con le unità “Admiral Makarov”, “Giljak”, “Koreec”, “Bogatyr”, “Slava” e “Cesarevic”, per portare i primi soccorsi alle persone intrappolate sotto le macerie delle abitazioni crollate appena un giorno prima.

Giro intorno al monumento, ammirandone il commovente realismo.

Ricordo che esso non fu eretto, come si potrebbe pensare, a spese del Comune (che mise solo a disposizione lo spazio verde), ma per volontà dei Russi e, in particolare, grazie al finanziamento della Fondazione Sant'Andrea, in collaborazione con il Centro della Gloria Nazionale e il Fondo Internazionale delle Lettere e della Cultura slava: non posso fare a meno di dispiacermi ancora dell’operato di una città che, dopo più di un secolo, non è riuscita a dare corso a quella che fu proprio la prima delibera della prima seduta del Consiglio comunale della città distrutta (17 febbraio 1909), che prevedeva, appunto, l’erezione di un doveroso monumento a quei marinai.

Il bronzo dell’opera, che fu realizzata su un bozzetto dello scultore italo-russo Pietro Kufferle del 1911, mostra di essere trascurato: molte sono le macchie e s’intravedono anche delle fessure alla base. Ma colpisce certamente ancora di più chi guarda il contesto in cui esso è situato il completo abbandono in cui versa lo spazio un tempo verde, ora pieno di sterpaglie.

Alla cerimonia dell’inaugurazione del monumento, tra le molte autorità italiane e della Federazione Russa, fu presente l’allora presidente della Provincia Nanni Ricevuto, che presto avrebbe ottenuto lo status di console onorario a Messina, divenendo, insomma, uno dei magnifici 530 che figuravano, al 25 settembre del 2019, nell’elenco approntato all’epoca dal nostro Ministero degli Esteri: il medesimo era pure lì segnalato in carica dal 10 maggio 2016 al 9 maggio 2021.

Come tale, da allora questo politico di lungo corso, si è distinto in alcune cerimonie ufficiali e ha persino avuto l’onore di far inaugurare ufficialmente, nel maggio 2018, all’Ambasciatore Sergey Razov la sede del Consolato Onorario che avrebbe dovuto rappresentare un punto di riferimento importante per i russi residenti nella città di Messina e nella sua provincia (alcune centinaia) oltre che per i numerosi turisti in visita.

Non disponendo di statistiche, non sappiamo quante decine (forse centinaia) di persone si siano rivolte, traendone beneficio, all’onorevole, ma semplicemente con una breve ricerca su internet abbiamo appreso che l’indirizzo del Consolato è sito in via Regina Elena 6, 98158, Faro Superiore (sic!), Messina e che la sua sede operativa si trova in Corso Cavour 77, indirizzo quest’ultimo che corrisponde a quello dell’Università telematica Pegaso, di cui lo stesso ex-onorevole risulta responsabile delle Relazioni Internazionali: quanto all’e-mail alla quale abbiamo scritto per attingere informazioni (info@consolato-onorariorussiamessina.it), ci è ritornata indietro inevasa.

Insomma, tutto ciò fa pensare che la reperibilità e quindi l’attività consolare sia stata piuttosto scarsa, a dispetto delle aspettative dell’ambasciatore Razov. Viene da chiedersi se i Russi abbiano il desiderio di riconfermarlo nell’incarico in una città così emblematica e storica per le relazioni tra i due paesi. Aspettiamo con curiosità il maggio dell’anno imminente

Ciò che, invece, non può davvero aspettare perché costituisce una vera vergogna è lo stato in cui versa il verde che circonda il monumento. Osservando i cartelli ancora presenti nelle aiuole, sembrerebbe che non debba essere il Comune a pensarci: in una grande targa a bella vista si legge che il consolato onorario e il centro “MIR” (associazione fatta nascere e promossa dallo stesso Ricevuto) si prendono cura del verde di “questo” luogo. Sarà!

Ci aspettiamo un gesto di orgoglio e di riscatto da parte del console, almeno prima di maggio, prima che il suo mandato giunga a scadenza.

novembre, 2020

Felice Irrera

Post scriptum della Redazione. La pulizia delle aiuole, verificata il 28 dicembre successivo, giorno della commemorazione, è stata opera di chi? L’assenza del console onorario all'annuale cerimonia fa sorgere qualche ragionevole dubbio che il “gesto di orgoglio e di riscatto” sia da attribuire ad altri.





sabato 29 agosto 2020

RIVISITAZIONI: BIANCANEVE E SETTE NANI


 

Biancaneve è l’Italia di oggi:

sette nani la tengono ostaggio,

ogni giorno le fanno un oltraggio

e in catene la fanno doler!


Il più vecchio di essi è Berlusca,

il bavoso che sempre la infanga

e le impone di mettere il tanga

perché ama vederla così!


Chi poi il moccolo regge a costui

è Sallusti: dirige il Giornale

ed è un servo davvero speciale,

degno erede di Fede per lui!


Là da Bergamo-alta sproloquia,

odiatore di “sudici” e neri,

un minchione di quelli più veri:

dico Feltri ed intendo la feccia!


Di quest’ultima assai se n’intende

certo Flavio (cognome Briatore)

che pontifica a tutte le ore

su giornali e canali tivvù.


Come lui c’è una ricca donzella

che le rughe del viso ha stirato

e il lavoro degli altri ha sfruttato:

Santanchè, che poi santa non è!


Ed infine due nani che, amici,

si son poi bisticciati davvero:

son Di Maio e Salvini, il guerriero

che poi un colpo di sole stordì!


Non fu dunque la strega cattiva

che avvelenò Biancaneve:

al momento è un ostaggio, che deve

sol sperare in un liberator!

 

Felice Irrera

(agosto 2020) 

 

venerdì 7 agosto 2020

O TEMPORA! O MORES!

La preghiera a pagamento dalla Messina del Seicento ai giorni nostri.

 

Agli inizi del XVII secolo, Messina continuava a lottare con Palermo per la supremazia nell’isola e, dipendendo dalla monarchia spagnola, cercava, a suon di moneta di ingraziarsela.

A parte i soliti donativi, offerti ai nuovi sovrani che si succedevano alla morte dei precedenti allo scopo di mantenere alla città quei privilegi, molti dei quali, in realtà, falsamente costruiti, che giovavano al mantenimento di una posizione di prestigio sulle altre città dell’isola, si pregava anche molto a Messina per i sovrani, sia quando essi godevano di buona salute che quando questa era precaria e le preghiere, non c’è che dire, erano ben remunerate!

A riprova di quanto diffusa fosse in città tale pratica nel Seicento e di come il Senato di Messina fosse solito spendere allora somme veramente enormi, non solo per dotazioni di chiese, cera, arredi sacri, quadri, elemosine a conventi, riparazioni, ecc., in un numero dell’Archivio storico messinese del 1905, a firma di Virgilio Saccà, così si legge:

Nel primo giornale 1601 della Tavola, a 22 giugno, trovo che il tesoriere del Comune Gius. Maria Minutoli pagava “per conto a parti fatti depositare per Giov. Francesco Mancuso visori ad conditione che non si possano spendere senza l'ordine di S. E. unzi cento al Padre Fra Raffaele di Messina del Convento di S. Agostino per far orationi p. la lunga vita et prosperità della cattolica et regal maestà di Nostro Signore Filippo tercio et che nostro Signore li conceda prole et stirpe regale”.

Oltre alla pratica delle orazioni a pagamento, si deve proprio dire che quest’ultima frase è davvero un poema!

    Ma proseguiamo a visionare la nota, questa volta non con le parole del documento, ma con quelle proprio del Saccà, che si prova a riassumere:

A 27 di Giugno, per la identica causale si pagavano onze 30 a Fra Paolo Pizzuto procuratore del Convento del Carmine; a 27 di Luglio onze 40 a Fra Sebastiano di Messina guardiano del Convento di Santa Maria di Gesù Superiore; a 31 detto mese onze 40 a Sor Restuccia Rigoles, abbatessa del Monastero di Montevergine (pregavano anche le vergini recluse per la stirpe Regale!); a 7 di agosto onze 100 a Fra Vincenzo Donnino procuratore del Convento di S. Francesco di. Assise; a 27 di novembre onze 17 a Padre Giovanni Cardines dell'ordine della Mercè ed a 23 di luglio (II° giornale contanti) si pagavano onze 20 all' abatessa dello Spirito Santo sempre per lo stesso motivo”.

Il commentatore finge di fermarsi qui, ma, in realtà, prima di chiudere, commentando le righe precedenti, aggiunge ironico che

se si spesero circa cinquemila lire di nostra moneta per una tale preghiera viceversa poi si ebbe l'altissima consolazione di apprendere nei primi di Maggio la nascita della infante Donn'Anna Maria, primogenita di Filippo terzo, nascita che diede luogo a nuove spese per le necessarie conseguenti feste di giubilo”!

È’ vero che anche oggi i fedeli, da credenti, si affidano spesso, in varie circostanze alla preghiera, propria o anche di altri con cui condividono la fede, ma certamente non lo fanno le istituzioni cittadine, che si limitano in determinate particolari occasioni, all’offerta di ceri votivi.

Per esempio, a Messina, c’è ancora l’uso, che riprende proprio un decreto del Senato della città del 2 luglio 1777, firmato da Giovanni de Salamone, Giovanni Battista Lazzari, Piero Luigi Donato, Giuseppe Denti, Giuseppe Barone Cianciolo e Domenico Carmisino, con il quale veniva sottoscritto un impegno ad offrire in perpetuo a sant'Eustochia (Smeralda) Calafato,

il giorno 22 agosto, sacro all’ostensione del tuo corpo, o il giorno 20 gennaio della tua felicissima morte”,

un cero votivo di 38 libbre per rendere grazie e affidare alla fraterna intercessione della clarissa la Chiesa messinese e la città tutta.

Oggi, solo i singoli fedeli possono, se vogliono, affidare anche a presbiteri la cura di periodiche orazioni per i defunti o per ottenere grazie, magari effettuando delle offerte volontarie; mentre, sin dagli inizi del suo pontificato, papa Francesco ha criticato molto duramente la consuetudine di alcune parrocchie di celebrare matrimoni e battesimi dietro pagamento di una cifra ben precisa.

Decisamente, i tempi sono cambiati, ma, una volta tanto, non in peggio, anche se, naturalmente, occorre sempre guardarsi dai truffatori, che non mancano mai, come gli evangelici lupi travestiti da pecore!

Non sono certo tra questi, anche se fanno pensare, le edizioni Paoline di Roma, che, su concessione di Radio Vaticana offrono oggi, per 39,90 €, un Rosario elettronico portatile per accompagnare la recita del Rosario con la voce rassicurante e dolce di Papa Francesco.

In questo caso, però, conoscendo l’azione pastorale costantemente esercitata da S. S. e i suoi atteggiamenti nei confronti degli “ultimi”, siamo certi che il ricavato di una tale vendita verrà usato a loro esclusivo beneficio.

Felice Irrera












giovedì 23 aprile 2020

IL GALLO E L’AQUILA NELL’ERA DEL CORONA-VIRUS

Fissato ne l’idea de l’uguajanza
un gallo scrisse all’aquila: compagna,
siccome te ne stai ‘nta la montagna
bisogna ch’abolimo ‘sta distanza
perché nun è giusto né civile
ch’io stia tra la monnezza del cortile
ma sarebbe più comodo e più bello
de vive’ ner medesimo livello.
L’aquila je rispose: Amico mio,
accetto volentieri la proposta
volemo fa’ amicizia? So’ disposta
ma nun pretenne che m’abbassi io
se te senti la forza necessaria
spalanca l’ali e viettene per aria
se nun t’abbasta l’anima de’ fallo
io seguito a fa’ l’aquila e tu er gallo.”
(Trilussa)
Lungo, quasi senza fine il nastro grigio del viale che costeggia il lungomare. Messina, in questo suo tuffo nella nebbia che leggera si alza dalle sommità peloritane, è irreale e per questo bellissima, figlia di un sogno a occhi aperti. Un sogno fatto in Sicilia – direbbe Leonardo Sciascia.
La città è deserta, un vento freddo screpola le labbra, e tutto ciò dà maggior consistenza al sogno perché quel soffio sembra spingermi verso un orizzonte impalpabile. Scendo dalla macchina per entrare in farmacia nel silenzio spettrale di un pomeriggio senza colore, senza tempo, senza nulla che possa farlo somigliare a un pomeriggio.
Ed è proprio in quello che, da un punto indefinito del viale - che potrebbe essere avanti o indietro rispetto a dove mi trovo, ma forse anche per aria – ci abbiamo ormai fatto l’abitudine a quegli strani oggetti ronzanti che da giorni spiano ogni nostra mossa – ecco venir fuori una voce.
Un gracchiare, piuttosto, che dalle oscure cavità di un rudimentale megafono fissato al tetto di una bianca utilitaria, attraversato un budello contorto di tubi e di fili, esce finalmente allo scoperto ripetendo, con sincronica cadenza, una frase incomprensibile.
Incomprensibile perché la lingua, quando si attorciglia su se stessa regredendo fino alla sua forma fonemica, diventa pura materia da interpretare, codice criptico da decrittare. Succede – e di frequente – nella nostra travagliata post-modernità, quando i mostri della paura e del delirio prendono il sopravvento sul resto.
Odo una due tre volte quella voce. La capisco e non la capisco. E’ un rosario profano snocciolato per esorcizzare tutti quei mostri, renderli innocui grazie al potente rito apotropaico che mette in atto. Una formula che si propone di scacciare ogni male con la sola forza del suo arcaico terroso alfabeto.
Un alfabeto privo di senso. Ma che quel senso rincorre, eccome, con le ali sgraziate di chi si solleva in volo ma volare non può, al massimo planare a stento tra sbuffi di polvere e lezzo di pollai. Ricordate Trilussa? L’aquila non ci sta ad abbassarsi fino al gallo, se il gallo vuole esserle pari, che spicchi il volo verso le altezze vertiginose dell’aquila.
Dove c*** vai? Guarda che ti becco. Torna a casa” mi è parso di sentire. Ma non ho sentito solo questo. Ho sentito pure acredine, disprezzo. Soprattutto, ho sentito la iattanza di chi, scientemente, si diverte a perpetrare un sopruso. Lo fa dall’alto della posizione di un gallo convinto d’essere aquila perché la folla che lo sta portando in trionfo gli fa credere d’avere superato la siderale distanza che lo separa dalla regina degli uccelli.
Ma cosa succederà quando quelle ali festanti di folla, stanchi delle sue angherie, lo lasceranno precipitare al suolo?
Niente d’importante. Nessuno se ne accorgerà.
E lui sarà soltanto uno dei tanti galli che hanno sognato di diventare le aquile che non potranno mai essere.
Giuseppe Ruggeri

mercoledì 15 aprile 2020

BIZZARRIE

Spulciando tra curiosità del passato

Spigolando alla ricerca di notizie curiose su antiche pubblicazioni, ne ho trovate due in un colpo solo su un numero unico dell’Archivio storico messinese del 1905.
La prima riguarda il fatto, ben documentato dall’autore dell’articolo, Virgilio Saccà, che nel secolo XVII i morti dell’ospedale si seppellissero nudi e i loro vestiti si vendessero all’incanto. Così risulta infatti da un preciso riscontro dello studioso in data 25 settembre 1600: 
 
«A padre Francesco la Rosa onze setti e tari tritici boni per sua polisa ad Gioseppe Alifia e d. giovanne di marchisi thesoreri dell'hospitale di S. Maria della pietà di questa città dissi li paga per tanti che di loro ordine si sono pagati da Angelo Conti per li vestiti di li morti , che detto hospidale l'ha venduti a tre buci, come per l’atti not. jo Andrea caputo a 18 di lo presente».

Così commenta Saccà: “L'ospedale trovava giusto incassare il provento, e quel tale Angelo Conti, rivendugliuolo o negoziante di stracci che sia, trovava conveniente pagare circa cento lire di nostra moneta per i vestiti dei poveri morti che rivendeva poi, naturalmente, ai miserabili della città ed ai naturali del contado”.

************

Ma ancora più bizzarro, almeno apparentemente, è quanto riportato nella seconda nota dallo stesso autore:

«Venerdì a 31 d' agosto - A Gioseppe Maria Minutolo thesoreri per conto dell'anno presente onze doi per sua polisa a D. Antonio di petro disse li paga in virtù di mandato jur. fattoli sotto il dì 15 maggio dell’anno presente dissero pagarceli per tanti che la città ogni anno li soli dari alla parrocchia di S. Antoni seu allo Cappellano di quella per non lassari andar li porci scapoli per li strati, quali annata si maturao a 24 di marzo prox. pass. ecc. ».

Il Comune, dunque, pagava il cappellano di Sant’Antonio perché badasse a non fare andare randagi i porci per le vie della città! E il notista si chiede come diavolo facesse il cappellano a svolgere efficacemente il suo compito igienico e civile!
Fin qui la nota dell’autore. Ma noi abbiamo approfondito un po’ la ricerca, chiedendoci innanzitutto: a chi appartenevano quei porci? Ci è venuto in mente di svolgere una breve ricerca e possiamo ora aggiungere qualche nostra deduzione.

L’iconografia del santo egiziano Antonio, vissuto tra il III e il IV secolo, lo rappresenta quasi sempre in compagnia di maiali. Ma perché, in particolare, proprio il maiale è il compagno inseparabile del santo nelle diverse sue rappresentazioni? Il fatto è che nel corso del Medioevo esso fu un animale allevato costantemente dai monaci antoniani e, secondo la tradizione, il suo grasso era un antidoto contro l'herpes zoster, noto come il fuoco di sant'Antonio. Ai monaci di quest’Ordine fu concesso il privilegio (forse da un papa?) di allevare maiali che godevano di un singolare diritto, ovvero quello di poter circolare liberamente e indisturbati per le vie di città e paesi! Ed eccoci al dunque perché si può finalmente rispondere al buon Virgilio Saccà che, pur conoscendo che il Santo era protettore dei porci, si chiedeva come facesse il Cappellano a cacciarli: era proprio il medesimo, invece, probabilmente, a portare a spasso i porci e gli si chiedeva soltanto di controllarli mentre razzolavano!

Felice Irrera


lunedì 30 marzo 2020

DIO E MARIA TRA GLI IMPUTATI


Non spargerai false dicerie
[ESODO 23,1]
Occulta e tragica calamità, il coronavirus subdolo e oscuro va sterminando popoli e nazioni. Ma esenti da esaltazioni, agiscono e si rivelano eroici testimoni, esercito schierato in battaglia: persone senza remora alcuna donatisi agli altri. Non limiti di tempo, né di spazio. Vivono solidarietà, ammirevoli, commoventi, nell’ “abbandono” e nei “distacchi” dalle proprie famiglie a pro della grande famiglia delle corsie. Medici, infermieri, volontari, uomini di governo, istituzioni, plurimi e variegati artisti, innumeri persone che, unanimi e concordi, invadono l’aere con canzoni, inni, “rumori”. Tutti infondono speranza. Altrettanti si intrattengono in costanti e fiduciose preghiere.
Sgradevole reazione, però, serpeggia inarrestabile: una interpretazione “risolutiva” che, appaga gli ispiratori certamente avulsi dalla realtà che li circonda e dai parametri di scienza e di fede. Costoro, assurti agli scranni giudiziali di sedicenti legulei, con supponenza di antiche e attuali pitonesse, siano queruli presbiteri o saputi “Christifideles laici”, forse per appagare l’innato istinto di essere ottimi lettori degli eventi e in modo particolare del coronavirus, hanno posto nel banco degli imputati Dio, la “Madonna”, il tempo:
Dio è stanco. Non ce la fa più”; “Tutto è un castigo della “Madonna”; È la fine del mondo!”.
Lo stile è quello che, secondo loro, era animatore della burbanza di atavici profeti e di occhiuti indovini. I toni di voce sospirati ed evanescenti, alternati ad arrabbiature tremebonde. Per le strade, nei condomini, negli oratori, nei mercati, nelle sacrestie, gagliardi vagabondi in uno spettacolare fuori tema: squallido, penoso, dissacrante, offensivo, “blasfemo”.
Inconsapevole retaggio di “proselitismo” alla canzone di chi, sgomento e sinceramente addolorato dinanzi alle infinite tragedie di questo mondo, nei riguardi di Maria aveva evidenziato:
Anche tu hai fatto finta di non vedere”!
Salva l’arte dell’appassionato e superlativo artista giustamente famoso nell’orbe terracqueo, l’affermazione precede (ed è seguita seppur non liricamente) gli “accusatori” di Dio, di Maria, dei millenaristi. Ma quanti tra loro devoti e pii, emeriti bacchettoni pregano Dio, si cibano di Cristo, recitano rosari, vivono il tempo?
Atteggiamenti pagani verniciati di cristianesimo?
Non è forse Amore il Dio nel quale crediamo?
Dio è amore; e chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” [1 Gv 4,16]; “Dio ha mandato il suo unigenito figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui” [1 Gv 4,9].
In tale realtà - Amore - si muovono, credenti o no. Se si rimprovera Dio come causa del coronavirus non rimangono esenti da tale condanna tutti coloro che con dedizione e amore combattono per debellarlo. È mai possibile che a Gesù, il quale si è addossato il dolore e le sofferenze dell’umanità e che “passò beneficando e benedicendo” [At 10,38] e che ha donato se stesso per gli uomini sia imputabile il coronavirus?
Come pensare che Maria, la misericordiosa, la genitrice del Misericordioso, sia alleata con il Padre e il Figlio ritenuti causa del coronavirus e della sciagura di tali e tanti strazi? Come rinnegare il suo intervento a Cana, affinché le nozze non si concludessero in un miserevole fallimento? Che non sia lei a notificare a Gesù: “Non hanno più vino” [Gv 2,31]? Come non identificare nei servi-collaboratori tutti coloro che faticano affinché l’acqua sia mutata in vino e il coronavirus lasci il posto alla salute e alla vita?
Come non rimanere attoniti ai proclami di coloro i quali ad ogni evento che reca disastri ripetono nostalgici: “È la fine del mondo!”?
A tale riguardo c’è da ripetere: “Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre” [Mt 24,36].
Se il coronavirus fosse segno della imminente fine del mondo, immaginarsi quale incoraggiamento, sostegno e speranza se ne potrebbe evincere!
Sarebbe vana, illusoria, follemente colpevole la fatica di tutti coloro i quali, e sono tanti e son molti, espongono e donano la loro vita.
A conclusione, più che mai opportune e indicative le parole di Alessandro Magno al calzolaio che criticava i calzari del grande ritratto che Apelle aveva dipinto per lui. I primi due interventi furono accolti con benevolenza. Con entusiasmo il ciabattino osò intervenire per commentare i ginocchi. Alessandro gli ordinò: “Ne supra crepidam sutor” (“Calzolaio non oltre i calzari”): “Scappareddu, stattiti mutu!”.
 
Mons. Eugenio Foti